Cultura e Comunicazione

Venerdì Santo, mons. Damiano: «Dalla morte di Cristo la nostra vita nuova»

Pubblichiamo il testo della riflessione che l’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano, ha pronunciato sul sagrato della Chiesa San Domenico durante la processione notturna del Venerdì Santo.  (leggi qui il testo integrale)

La giornata della Passione ad Agrigento si è aperta nella mattinata con l’emozionante incontro tra l’Addolorata e il Cristo appassionato al Rabàto, dopo che tra i vicoli dell’antica Girgenti ha condotto il simulacro del Cristo carico della croce dalla Cattedrale al Santuario dell’Addolorata, sotto la cura secolare delle Arciconfraternite del SS. Crocifisso e di Maria SS. dei Sette Dolori.

Il Cristo incontra la Madre addolorata (ph.C.P.)

La processione mattutina diventa lo specchio di un’altra “passione”. Mentre il Cristo, carico della Croce, ed il simulacro della Vergine Addolorata procedono verso il Calvario, non possiamo non notare il “calvario” del nostro cuore antico. C’è un parallelismo amaro che attraversa i vicoli della vecchia Girgenti: essa è un corpo ferito, abbandonato da anni di promesse mancate. Ogni crollo, ogni saracinesca abbassata, ogni vicolo al buio è una ferita nel fianco di una comunità che vede morire la propria memoria. Portare il Cristo per queste strade significa dire che Dio abita ancora qui, tra le macerie e l’abbandono.

(ph.C.P.

Dopo la crocifissione al Calvario allestito sulla scalinata della Cattedrale — condizionata quest’anno dal maltempo — e la solenne Adorazione della Croce durante la liturgia della Passione, il simulacro del Cristo morto è stato deposto nell’urna settecentesca per la grande processione notturna a cui hanno preso parte tutti i confrati e le consorelle, i seminaristi, i Canonici del  Capitolo Metropolitano, i presbiteri e i diaconi della città ed il popolo fedele.

In un centro storico immerso nel silenzio, il cammino è stato scandito dal suono cadenzato delle bande musicali e dal canto corale de “Ah sì! Versate lacrime” (vedi video). Questo canto ha accompagnato il procedere dei fercoli, trasformando la fatica dei confrati e delle consorelle, in una preghiera collettiva che coinvolge l’intero popolo fino a piazza san Domenico dove, ci si è posti in  ascolto del messaggio del Pastore della Chiesa agrigentina  ha rivolto ai fedeli e alla città; una parola che cerca nel mistero del Calvario una luce di speranza per tutta la comunità.

IL MESSAGGIO  DELL’ARCIVESCOVO,

è stato un invito alla responsabilità che ha coniugato fede e dovere civico. Il discorso ha preso le mosse da una provocazione esistenziale: la morte non è la “fine”, ma il “compimento”. L’Arcivescovo avverte che una visione della morte come mera interruzione giustifica il disimpegno e il disfattismo. Al contrario, la prospettiva pasquale deve fondare un ottimismo della responsabilità.

Il cronista coglie qui il primo grande collegamento: la Pasqua non è un’evasione dalla realtà, ma l’ingresso in una “umanità nuova”. Non si cerca più una terra promessa da possedere in modo esclusivo, ma si lavora per una «“nuova Gerusalemme” da abitare in pienezza», dove il chicco di grano che muore diventa il paradigma del servizio pubblico: dare la vita per produrre frutto comune.

L’armonia del discorso tocca il suo apice quando la teologia si fa calendario di cronaca. L’Arcivescovo annulla le distanze tra il piano spirituale e quello civile con un passaggio audace: «Quest’anno, proprio il giorno di Pentecoste, saremo chiamati a rinnovare con il nostro voto le amministrazioni comunali della nostra città e di altri otto paesi della nostra Diocesi: Camastra, Cammarata, Casteltermini, Raffadali, Ribera, Sambuca di Sicilia, Siculiana e Villafranca Sicula».

Il collegamento è brillante: se la Pasqua vince la morte, è solo nella Pentecoste (e dunque nello Spirito) che questa vittoria diventa azione storica. Mons. Damiano “consacra” l’impegno elettorale come un frutto maturo del mistero pasquale, chiedendo che il voto sia l’espressione di una libertà finalmente guarita dall’abitudine alla “schiavitù” e al compromesso.

(Immagine Archivio)

L’appello conclusivo è un dittico rivolto ai due attori della democrazia, nel segno di giganti come La Pira e Sturzo:

  • Ai Candidati: L’invito è a riscoprire la politica come «forma più alta della carità». Citando Giorgio La Pira, il “Sindaco Santo”, l’Arcivescovo chiede di guardare ai paesi non come uffici, ma come «comunità di destino», dove il bene non è un profitto ma una «costruzione quotidiana di fraternità concreta», libera da interessi egoistici.
  • Agli Elettori: Il monito è contro l’astensionismo e la lamentela sterile. Richiamando le parole di Sturzo ai “Liberi e Forti”, esorta a una «democrazia partecipata» che non deleghi ad altri la propria responsabilità.

Il discorso non resta nell’astratto. La “vita nuova” del Risorto deve tradursi in un’agenda politica che ponga al centro chi è privo dell’essenziale: salute, acqua, casa e lavoro. L’Arcivescovo traccia una linea netta di demarcazione etica: la rinascita del territorio passa inevitabilmente per il «rinnegamento della mentalità mafiosa» e il sostegno ai sogni dei giovani. In questa sintesi, il Venerdì Santo dell’Arcivescovo, smette di essere solo memoria del passato e diventa un cantiere di futuro, dove la fede non è un rifugio, ma la spinta decisiva per tornare a “abitare con dignità” la nostra terra.

 (Il testo integrale del messaggio) 

Carmelo Petrone