«Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare. È avvenuto ancora il miracolo della compassione – “vide e ne ebbe compassione” –: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita».
È venuto a ringraziare il popolo lampedusano e linosano per l’umanità e essere essenza del Vangelo con i gesti e non con le parole, Papa Leone XIV nel suo viaggio apostolico nella più grande isola delle Pelagie.
Il pellegrinaggio del Santo Padre era cominciato con la visita alle sepolture di alcuni migranti al cimitero dell’isola, a Cala Pisana. Poi il trasferimento alla Porta d’Europa con l’incontro con due famiglie la prima composta da Rita Adelina, Goulizan Marc Albert, Maria Emanuela e Abougnan Male, famiglia originaria della Costa d’Avorio i cui figli sono nati a Lampedusa e a Siracusa, la seconda composta da Leonardo Derek nato in Ghana ed adottato da Walter e Maria Elena.
Alla Porta il primo gesto del Papa: decide di attraversarla, di guardare da sotto quella emblematica via di accesso per l’Europa quel mare africano che tanti uomini e donne attraversano a rischio della loro vita per trovare un futuro migliore. Il Papa si sposta sullo scoglio più estremo, osserva il mare, saluta gli uomini della motovedetta delle forze dell’ordine posto a difesa della sua incolumità.
La terza tappa è al molo Favaloro. Lì, primo approdo in cui giungono le donne e gli uomini salvati in mare, benedice il monumento intitolato al suo predecessore, Papa Francesco che giunse a Lampedusa proprio attraccando in quel molo.
Poi il passaggio allo stadio, il bagno di folla con le persone giunte dalla terra ferma che lo accolgono con un urlo di gioia. Il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, rivolge il saluto al Santo Padre da parte della popolazione lampedusana e linosana. «La Sua presenza sulla nostra Isola – ha detto Mannino – rappresenta per tutti noi un dono, una carezza fraterna, ma anche una responsabilità. Lampedusa è una piccola terra in mezzo al mare, ma da molti anni porta sulle proprie spalle domande grandi, ferite profonde e speranze gioiose che appartengono al mondo intero. Qui il Mediterraneo non è soltanto orizzonte, bellezza e vita. È anche attesa, approdo, dolore e memoria. È il luogo in cui tante persone hanno cercato salvezza, dignità, futuro. Alcuni hanno trovato una nuova prospettiva, altri non sono mai arrivati: tutti li portiamo nel cuore. La nostra comunità conosce il valore ed il peso di questa storia».
A seguire il Papa dopo avere indossato i paramenti liturgici ha celebrato la Santa Messa.
«Dio ci ama sempre per primo. La bellezza del mare – ha detto il Papa ad inizio della sua omelia –, di quest’isola e dei vostri volti è un riflesso della sua iniziativa gratuita: l’amore ci precede, ci circonda e ci raduna. Sono grato al Signore di potervi visitare, sulle orme di Papa Francesco, che l’8 luglio 2013 volle venire a Lampedusa nel suo primo viaggio da Successore di Pietro. […] Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto».
Il Papa ha poi rivolto una domanda ai presenti: «Come risponderemo, dunque, all’amore di chi ci ha amati per primo? Carissimi, oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico (cfr v. 30). Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti (cfr Lc 10,30). Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità».
E poi il ringraziamento a quanti in questi hanno concretizzato con i loro gesti il Vangelo: «perché tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico. L’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre” (cfr vv. 31.32)».
Ma il Santo Padre ha voluto anche ricordare che molte volte comportamenti di indifferenza sono segni dei tempi: «In ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti. È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti (cfr Ef 2,14). Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato. Carissimi, chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente».
Ed in conclusione « La vostra fede, carissimi, sia allora intensificata da questi anni di prova e di impegno generoso. Torni questa venerata Immagine (della Madonna di Porto Salvo, ndr) a parlarvi con la forza di un tempo, quando chi ve ne ha trasmessa la devozione si affidava all’intercessione della Vergine con radicale sincerità. Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, e ogni comunità cristiana è chiamata a esserne un riflesso sulla terra. E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: “O’scià!”».
A conclusione della Messa il ringraziamento di mons, Alessandro Damiano: «Qui a Lampedusa, c’erano ad aspettarla i rappresentanti di un’umanità sospesa, ma fiduciosa di potersi ancorare a un “Porto Salvo”, capace di farle rialzare lo sguardo.
C’erano innanzitutto quelli che non ce l’hanno fatta, come il piccolo Yousuf, a cui ha
reso omaggio durante la sua prima sosta, al cimitero. Per loro questo “Mare Nostrum”, che per noi è fonte di prosperità e generatore di bellezza, è diventato una voragine di disperazione e un abisso di morte. A nome delle innumerevoli vittime di questo mare, delle loro famiglie e delle loro comunità, grazie! Grazie per l’atto di pietà che è venuto a compiere e per la preghiera che è venuto a innalzare. Insieme a quelli che non ce l’hanno fatta, c’erano ad aspettarla anche quelli che sono riusciti ad approdare, come le famiglie che ha incontrato nelle successive soste, alla “Porta d’Europa” e all’imbocco del molo “Favaloro”, da oggi intitolato a Papa Francesco. Infine, accanto a chi è giunto — vivo o morto — su quest’isola, ad aspettarla c’erano la comunità lampedusana e la Chiesa Agrigentina, circondate dall’affetto delle altre Chiese sorelle di Sicilia, i volontari delle organizzazioni umanitarie presenti sull’Isola, con le quali ha condiviso l’Eucaristia in questa ultima sosta. La sua visita ci ha richiamati a non sottrarci, per nessuna ragione, a quest’onere, che è prima di tutto un onore; ci ha risvegliati alla nostra vocazione originaria di “custodi di fratelli”, qualunque sia la loro provenienza e il loro destino; ci ha riconsegnato il ministero dell’ospitalità, nella quale possiamo incontrare il Signore e lasciarci incontrare da lui. A nome di Lampedusa, di Agrigento e della Sicilia, grazie!».

















