“I Vescovi di Sicilia hanno concesso il Nulla Osta per l’introduzione della causa di beatificazione e canonizzazione di don Gerlando Re, dell’Arcidiocesi di Agrigento, e di Sarah Calvano, giovane laica della Diocesi di Noto”. È quanto si legge nel comunicato finale della Conferenza Episcopale Siciliana diramato al termine della sessione dei suoi lavori dal 12 al 14 gennaio 2026. (qui)
Accogliamo la notizia con il cuore colmo di gratitudine. La figura di don Gerlando Re non emerge solo per le sue opere, ma per l’eroismo estremo che ha segnato la sua fine terrena. A Cianciana, il suo sangue non è stato versato invano: il suo martirio rappresenta il vertice di una carità che non conosce confini; la testimonianza suprema di chi ha preferito donare sé stesso piuttosto che piegarsi alle logiche del male.
In lui celebriamo un testimone coraggioso che ha incarnato il Vangelo fino alle estreme conseguenze.
Nel 2009, a 60 anni dal martirio, dalle pagine del settimanale diocesano “L’Amico del Popolo”, don Stefano Pirrera lo ricordava con queste parole
“Era un sabato pomeriggio. Don Gerlando è in casa, sta recitando il Breviario, dalla finestra della sua abitazione si può osservare la gente che passeggia tranquillamente. All’improvviso, si odono degli spari. La gente fugge spaventata alla vista di un folle omicida che ha già fatto una vittima e spara all’impazzata.
Don Gerlando si affaccia alla finestra, si rende conto della tragedia. Incurante della zia che gli grida di non andare, perché potrebbe essere ucciso, si precipita fuori. Vede, a terra, un uomo in una pozza di sangue. Si china per dare l’assoluzione al morente, mentre tenta di calmare l’omicida. Ma questi gli è addosso e, infuriato, spara alla testa gridando: “Così finirai di confessare”.

“Morire a trentatré anni tra la propria gente, conosciuta ed amata da sempre, dimostrando col supremo sacrificio di essersi impegnato a dare tutto, non può essere un fatto occasionale: c’è la rivelazione di un disegno divino. Se don Gerlando – scriveva don Pirrera – invece di chinarsi a confortare la vittima, avesse badato a disarmare l’omicida, probabilmente ci sarebbe riuscito. Dotato, infatti, di una forza fisica e prontezza di riflessi non comuni, aveva già dimostrato, più volte, di sapere risolvere situazioni pericolose, mettendo a rischio la propria incolumità. Come quando riesce a bloccare un mulo imbizzarrito, che trascina un ragazzo insanguinato rimasto impigliato nella sella.
Intrepido e generoso per natura, metteva a disposizione di tutti queste doti, illuminandole con una fede convinta ed entusiasta. Un giovane apostolo di Cristo, come don Gerlando, maturato al fuoco dello Spirito Santo, in dodici lunghi anni di preghiere e studio non può non vivere in maniera incandescente la Fede nel Maestro e nel Suo Vangelo. Fede che traduceva, quotidianamente, in opere di gioiosa carità, alla cui realizzazione coinvolgeva i ragazzi della Parrocchia.
Per i suoi giovani e le loro famiglie, don Gerlando era un vero oracolo. Gli adolescenti, specie se studenti alle prese con il latino, il greco e la filosofia, facevano le ore piccole per concludere una versione o rendersi conto del concetto socratico o delle idee di Platone. Cultura classica e moderna mai fine a sé stesse e tantomeno per imporsi all’attenzione degli altri. Ma da utilizzare come pedana di lancio verso le verità eterne cui agganciare mente e cuore dei ragazzi, indecisi tra Marx e Cristo.
La lotta tra comunismo e Cristianesimo – scriveva Pirrera – allora, nei nostri paesini, poveri e male istruiti, era dura e, a volte, crudele. I Preti venivano additati come amici dei ricchi e sostenitori del malgoverno, ma nessuno poté convincere i minatori e i contadini di Cianciana che Don Gerlando non fosse uno di loro. Uno pronto a dare la vita per difenderli dal male e da ogni ingiustizia. Così, quando lo si vide a terra, il capo insanguinato e il suo sangue confuso con quello della vittima, che generosamente aveva tentato di aiutare, il “suo popolo” accorse da ogni parte e non poté nutrire più dubbi che “Non c’è amore più grande di chi è disposto a dare la vita per chi si dice di amare”.
Alla notizia della sua eroica morte, non furono solo i giovani di Cianciana a raccogliere l’eredità della perenne giovinezza di don Gerlando Re. C’erano anche i suoi confratelli sacerdoti di tutta la Diocesi agrigentina, che sentirono vivificare le proprie energie. Quasi fosse avvenuta una trasfusione col suo sangue generoso.
Ma, in particolare, c’erano quegli undici diaconi (il riferimento di don Stefano è autobiografico, ndr) che, trepidanti, si preparavano a ricevere, fra qualche giorno, l’Ordinazione sacerdotale. La notizia non ebbe per loro sapore di morte o di tragedia. Ma la sentirono portata dal Vento dello Spirito che, fugando ogni dubbio ed incertezza, li confermava nell’impegno di seguire il Maestro, disposti a donare anche la vita”. (cfr. n.18/2023 de “L’Amico del Popolo”).
Mentre la Chiesa avvierà il rigoroso processo di discernimento sulle sue virtù eroiche, siamo chiamati tutti a stringerci in preghiera perché l’esempio di don Gerlando possa presto risplendere tra i Beati e il suo sacrificio continui a ispirare la nostra Sicilia a essere terra di luce e di giustizia sull’esempio dei nostri santi e martiri come Francesco Spoto e Rosario Livatino.
