Messaggio dell’Arcivescovo Alessandro alla Chiesa Agrigentina

Il momento dell'Adorazione eucaristica al termine della S. Messa (foto Cassaro)

Pubblichiamo il testo del Messaggio alla Chiesa Agrigentina che l’Arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano, ha reso pubblico, Giovedì 3 Giugno 2021, al termine della S. Messa e dell’Adorazione Eucaristica, in preparazione al Corpus Domini, nella Basilica Cattedrale di agrigento. 

La consegna del messaggio è stata introdotta da queste parole (vedi qui)

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Fratelli e sorelle nel Signore,

i misteri che in questi giorni celebriamo nella liturgia ci aiutano a leggere con uno sguardo di fede gli eventi che come Chiesa stiamo vivendo e a proiettarci con fiducia e realismo verso i passi che adesso siamo chiamati a compiere.

Nel segno della vivente Tradizione ecclesiale

Il mio avvicendamento a Mons. Montenegro nella guida della nostra Arcidiocesi durante la Messa Crismale — nella quale si manifesta la «comunione dei presbiteri con il proprio vescovo» (cf. Messale Romano, p. 129) — ci ha posto nel segno della vivente Tradizione ecclesiale, nella quale il Signore stesso, pastore e custode delle nostre anime (cf. 1Pt 2,25), guida la Chiesa attraverso il ministero dei pastori, scelti fra gli uomini e per gli uomini costituiti tali (cf. Eb 5,1). Per questo mi presento ancora una volta a voi «con molto timore e trepidazione» (1Cor 2,3), sapendo — come ho detto nel mio messaggio di saluto a don Franco — che ciò che ricevo in consegna non mi appartiene, perché è di Colui che me lo affida, ma nello stesso tempo mi appartiene, in forza del ministero della grazia che in suo nome sono chiamato a esercitare in vostro favore (cf. Ef 3,2).

Questo ministero trae la sua origine, il suo senso e la sua forza dal dono dello Spirito, che a Pentecoste ha inaugurato la missione della Chiesa e nel tempo la sospinge e la sorregge verso la pienezza del Regno di Dio. Accolgo come un ulteriore segno — per me e per voi — il fatto che proprio alla vigilia di Pentecoste abbia ricevuto il mandato di accompagnarvi e condurvi, quale vostro nuovo Vescovo, per un nuovo tratto di strada da percorrere insieme.

Vorrei che tutti riprendessimo lo slancio, forti del cammino compiuto, aperti alle novità che lo Spirito continuerà a suggerirci e certi di poter contare sul suo aiuto, ma anche su quello che scambievolmente possiamo e dobbiamo offrirci gli uni gli altri, ciascuno per la sua parte. E vorrei che lo facessimo sempre più convinti di essere quella “Chiesa della Misericordia” che don Franco, a conclusione del suo mandato in mezzo a noi, ci ha consegnato in eredità nell’omelia del 22 maggio scorso: Chiesa della libertà e della responsabilità, senza separazioni e senza confini, dalle braccia spalancate e dalle porte scardinate, con la residenza nel tempio e il domicilio nella strada, che non aspetta ma che va incontro.

Chiesa della Trinità e dell’Eucaristia

Del resto, proprio questo apprendiamo e riceviamo dalla Trinità e dall’Eucaristia, su cui la vita e la missione della Chiesa si fondano e a cui le due domeniche che seguono la

Pentecoste ci invitano rispettivamente a volgere lo sguardo. La Trinità e l’Eucaristia ci parlano di una unità che non è annullamento delle differenze e ripiegamento su se stessi, ma apertura allalterità e integrazione della diversità. Ci parlano di una unità che non è la somma di tanti pezzi divisi, ma il presupposto di una totalità nella quale ogni singola parte può essere veramente se stessa, distinguendosi e ponendosi in armonia con tutto il resto.

foto C.Cassaro)

Ma la Trinità e l’Eucaristia non ci raccontano soltanto il mistero di un Dio che vive di relazione e offre comunione. Ci raccontano anche il mistero dell’umanità e della creazione — che per noi hanno le dimensioni del nostro territorio e i tratti della nostra gente — i cui gemiti attendono di essere raccolti e redenti nella speranza (cf. Rm 8,18-25). Sono senz’altro i “gemiti interiori” dovuti alle sofferenze e alle paure, alle preoccupazioni e alle ansie che ogni giorno, per i motivi più svariati, ci sfiancano e ci tolgono il respiro. Ma sono soprattutto i gemiti che si levano dalla carne e dal sangue di tanti fratelli e sorelle vittime di scelte egoiste di cuori induriti, che non pensano secondo Dio e, sia nella sfera personale sia in quella collettiva, ricercano soltanto i propri interessi. Ancora di più sono i gemiti che restano inespressi nei silenzi di chi ha perso anche la forza di chiedere aiuto o nella lontananza di chi è rimasto — forse perché noi ce l’abbiamo lasciato — ai margini della vita.

La Chiesa, che nella Trinità trova il modello del suo essere e nell’Eucaristia lo stile del suo agire, prolunga nella storia la missione di Cristo facendosi carico di questa umanità e di questa creazione. Nei suoi gemiti essa deve saper cogliere l’espressione di unesistenza disgregata in se stessa e frammentata nei suoi rapporti, che invoca di essere ricomposta attraverso un’esperienza sempre più compiuta di comunione. Nei suoi angoli più nascosti deve far risuonare l’annuncio del Vangelo, assumendone e curandone le ferite sull’esempio del Signore, il quale «passò beneficando e risanando» (At 10,38). Nelle trame della sua storia deve saper riconoscere e ascoltare la voce stessa di Cristo, che misteriosamente le parla, in modi non convenzionali, ma non per questo meno significativi. E, come Paolo all’areòpago di Atene, deve saper passare in mezzo ai suoi “templi” e ai suoi “altari” di ieri e di oggi, per cogliere la sua sete di Dio e mostrarle le vie che conducono a Lui (cf. At 17,22-31).

Saremo veramente la Chiesa della Trinità e dell’Eucaristia solo se sapremo guardare oltre le apparenze e ascoltare al di là delle convinzioni, come sono chiamate a fare le sette Chiese a cui Giovanni nell’Apocalisse indirizza le sue sette lettere: scendendo nella concretezza dell’esistenza e svelandone le contraddizioni e le ipocrisie; risvegliando nelle coscienze il desiderio del bene e il gusto della verità; attivando percorsi personali e comunitari di giustizia, di conversione e di riconciliazione (cf. Ap 2-3).

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice…

Dal momento in cui ho assunto la guida pastorale della nostra Chiesa, mi sento gravato dal peso che immagino sentissero i destinatari di quelle sette lettere quando lo Spirito, tramite l’Apostolo, ha intimato loro di mettersi in ascolto della sua voce e di riferirla alle Chiese a loro affidate. Come per loro, penso sia detto anche per me: «All’angelo della Chiesa che è ad Agrigento scrivi…». E sento rivolto a ciascuno di voi: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7.11.17.29; 3,6.13.22). Insieme siamo chiamati ad ascoltare cosa lo Spirito dice alla nostra Chiesa Agrigentina, partendo dal vissuto delle nostre comunità e da tutto ciò che avviene attorno a esse, in questo nostro territorio così bello e così travagliato.

Lo faremo in ogni occasione che ci si presenterà, mettendoci in ascolto dei vicini e dei lontani, di chi accoglie la proposta della fede, di chi la rifiuta e di chi non ne ha alcun interesse, di chi sta bene e di chi sta male, di chi arriva nella nostra terra e di chi sente il bisogno di lasciarla.

Lo faremo, in particolare, accogliendo l’invito del Santo Padre a prepararci alla XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi attraverso un itinerario ecclesiale, che scandirà il cammino dei prossimi anni. Insieme alle altre diocesi dell’Italia e del mondo, avremo modo di riscoprire l’identità sinodale della Chiesa, che si realizza nella comunione, nella partecipazione e nella missione, secondo il tema del Sinodo. Ma, soprattutto, questo lo sperimenteremo mettendolo in pratica: condividendo l’esercizio di ascolto che tutta la Chiesa compirà in questi anni e rimodulando, sulla base di questo esercizio e dei suoi esiti, il progetto pastorale della nostra Arcidiocesi.

Custodendo l’unità dello Spirito

Lo Spirito ci dia il coraggio della profezia, per leggere la storia con gli occhi di Dio. E con questi occhi nuovi, ciascuno impari a “Custodire l’unità dello Spirito”, con la consapevolezza che solo Lui può vincere le nostre resistenze e fare di noi — di tutti noi, nessuno escluso — una cosa sola, «per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4,3). Fino a quando continueremo a illuderci di poter “costruire” l’unità con i nostri sforzi e con le nostre strategie, la ridurremo a compromessi, più o meno stabili, ma sempre fragili e provvisori. È lo Spirito Santo che ci unisce gli uni agli altri in «un solo corpo e un solo spirito» (Ef 4,4a); in «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,5); in «un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6).

All’inizio di questo tratto di strada che percorreremo insieme, a tutti e a tutte auguro di comprendere e vivere tutto questo, nella forza dello Spirito che ci è stato dato e che abita in noi. Lo auguro anche ai fratelli e alle sorelle dell’Amministrazione Apostolica del Sud Albania insieme al loro Vescovo, ai quali guardiamo con amicizia, in attesa di poter consolidare ancora di più i nostri rapporti e formalizzare la cooperazione missionaria fra le nostre Chiese.

Il coraggio della verità e della libertà

Vi affido e mi affido alla lunga schiera di Santi e Beati che, nel tempo, hanno impreziosito il volto della Chiesa Agrigentina: a quelli di ieri e a quelli di oggi, fino a Rosario Angelo Livatino, proclamato Beato lo scorso 9 maggio. I Vescovi di Sicilia — nel messaggio che hanno rivolto alle nostre Chiese in occasione della sua Beatificazione — lo hanno indicato come un «modello nuovo e dirompente di santità» e come tale lo propongo ancora una volta a me e a voi.

Lui che — da profeta prima che da martire — ha saputo guardare le piaghe della nostra terra, ascoltare il gemito degli oppressi e mettere a tacere l’arroganza degli oppressori, ci aiuti a vigilare con lucidità e lungimiranza, perché niente sfugga ai nostri occhi e alle nostre orecchie. Lui che — da martire in quanto profeta — ha saputo contrapporre alla mentalità mafiosa la logica del Vangelo e alla spirale dell’ingiustizia la pratica delle Beatitudini, ci aiuti a ritrovare il coraggio della verità e della libertà, perché la nostra testimonianza sia credibile e porti ancora frutti di santità.

Maria, Donna del Cenacolo e Madre della Chiesa, ci indichi la via, cammini al nostro fianco e sostenga i nostri passi.

 

Corpus Domini 2021

Alessandro Damiano

Arcivescovo

  • Ascolta qui l’Omelia pronunciata durate la Celebrazione Eucaristica