Messa RAI da Caltabellotta, Card.Montenegro: “sradichiamo la corruzione”

Messa RAI da Caltabellotta, Card.Montenegro: “sradichiamo la corruzione”

Domenica 16 luglio, nel contesto del programma “A Sua Immagine”, è andata in onda dal Duomo di Caltabellotta, la Santa Messa teletrasmessa da Rai Uno. La Celebrazione è stata presieduta dall’arcivescovo di Agrigento, card. Francesco Montenegro,  con lui hanno concelebrato l’arciprete di Caltabellotta,

don Giuseppe Marciante, don Lillo Colletti e don Giuseppe Calandra. Ad animare, con il canto, la liturgia, il coro parrocchiale Laudae coralis, diretto dal maestroGiuseppe Cottone. La regia televisiva è stata curata da Gianni Epifani

che ha introdotto la Celebrazione con una scheda di presentazione, non solo del Duomo, già cattedrale, ma anche, del ricco patrimonio storico- artistico-naturalistico di Caltabellotta che ha fatto di questo appuntamento (anche questo, infondo, è servizio pubblico!) non solo un momento di preghiera, per chi è impossibilitato a recarsi in Chiesa per la Santa Messa, ma anche una bella occasione di promozione turistica e culturale della cittadina montana e del suo territorio. Le immagini che si sono soffermate, oltre che sul Duomo, dedicato a Maria Santissima Assunta, con il suo portale gotico e le opere in esso custodite, come le sculture del Gagini, gli stucchi e gli affreschi cinquecenteschi del Ferraro, il crocifisso ligneo di epoca bizantina e la torre campanaria, ma anche sulla Chiesa Sant’Agostino, dell’Itria, del Carmine, sull’eremo e la Chiesa San Pellegrino, considerato il protovescovo della diocesi di Triocola (attuale Caltabellotta), con le annesse grotte con gli affreschi

del Santo che uccide il drago che, secondo la leggenda, vi dimorava. Stupende e inedite le immagini dall’alto – realizzate con l’ausilio di un drone – della spianata dove sorge la Matrice, sulla cima tondeggiante della

rupe Gogàla con il “Pizzo di Caltabellotta e la torre normanna del Castello dove, probabilmente,

nel 1302, venne firmata la famosa “Pace di Caltabellotta” che pose fine alla guerra del Vespro. Particolare le immagini della zona archeologica, con la necropoli sicana, le grotte di San Cono e l’altare sacrificale del dio Kronos in cima al Pizzo da cui si gode un panorama mozzafiato dove lo sguardo si perde tra la valle ed il mare. Commentando la Liturgia della Parola l’arcivescovo ha sottolineato come le letture proclamate “ci invitano, a meditare sulla generosità di Dio nei nostri confronti, sull’efficacia della Sua Parola e sul cammino da fare perché la nostra risposta di fede sia sempre più in sintonia con la Parola di Dio”. “Nella parabola del Seminatore – detto l’arcivescovo commentando il vangelo del giorno – il Seminatore-Dio esce nel campo per offrire a tutti la Sua Parola. In questo gesto c’è il Suo desiderio di creare una comunione piena tra Lui e il terreno che ha davanti. Del seminatore – ha proseguito –

non si dice soltanto che uscì a seminare ma è presentato

il suo modo di agire… è un seminatore che fa arrivare il seme sia sul terreno sassoso sia sulla strada, tra le spine come sul terreno buono. È un seminatore dalle mani bucate che segue una logica strana e incomprensibile. Ma è proprio qui che si rivela il tratto più bello di Dio: Egli – ha detto l’arcivescovo Francesco – si fida di noi…, fa arrivare il seme ovunque perché sa che, nonostante ogni asperità o spina, in ognuno c’è del terreno buono che può tornare a essere tale. Dio – ha continuato – spera tanto in noi da andare al di là dei nostri fallimenti. La parabola – ha proseguito – narra la Sua generosità e ci aiuta a conoscere il Suo vero volto di Padre che “fa sorgere il suo sole

sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti” e che non esita a darci anche il Figlio, affinché ci convinciamo a non vivere più di spine ma di spighe che fanno pane buono”.

“Come avviene ciò?”, si è chiesto l’arcivescovo. “La risposta – ha proseguito il card. Francesco – la troviamo nell’efficacia del seme. Se il seme è Cristo, Parola fatta carne, è facile considerare la forza divina di questo seme. L’ha detto Isaia: la parola “…non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per

cui l’ho mandata”. Sembra la descrizione del seme: in sé ha un effetto, dentro di sé il desiderio stesso

di Dio e davanti a sé una missione da compiere. Con il battesimo abbiamo accolto Cristo nella nostra vita; nell’Eucarestia ci nutriamo di Lui; Lui è presente nella chiesa e si rende visibile in ogni uomo. Ebbene, questo “seme” non ritornerà al Padre senza aver realizzato il motivo per cui è stato inviato. Quale? La gloria che, come ha detto Paolo,

si manifesta già ora con l’identificazione tra il seme e il terreno. Dal momento in cui Gesù è entrato nella storia, ogni uomo è chiamato a diventare figlio di Dio. Il nostro Padre non si rassegna a lasciarci nel vuoto di una vita senza senso. A questo progetto però – ha ammonito l’arcivescovo – dobbiamo collaborare. Cosa tocca fare? Il terreno

sassoso, le spine, la strada o il terreno buono non

sono tipologie diverse di uomini; ma le varie possibilità presenti in ciascuno di noi. Tra le pieghe del nostro animo buono, possono trovarsi tratti di strada indurita; comportamenti vissuti senza cuore che pian piano trasformano le zolle fertili in strada da calpestare; oppure terreni misti a pietre, aspetti cioè di vita cristiana che si confondono e si mischiano con i sassi che fanno male. Pensiamo, per esempio – ha proseguito – a tutte le volte in cui, dopo aver partecipato alla Messa, giudichiamo o disprezziamo chi ha il colore della pelle diverso dal nostro o, dopo aver ricevuto l’Eucarestia, chiudiamo il cuore a chi è nel bisogno. Riusciamo –ha constatato l’arcivescovo – con buona pace, a far convivere in noi terreno buono con le pietre o le spine della cattiveria e dell’egoismo”.

–L’Arcivescovo ha poi fatto riferimento alle tante spine dei nostri territori.“Le spine della corruzione, della solitudine, dell’indifferenza, del lavoro nero, del gioco d’azzardo, della divisione nelle famiglie. Spine – ha

detto – cresciute nel terreno di una società che pur definendosi “cristiana” non sempre sa o vuole reagire dinanzi alla diffusione della cultura della morte!”. “La Parola ascoltata – ha esortato – ci chiede di fare la

nostra parte. Qualche sasso o qualche rovo in noi possiamo trovarli, ma tanti potremmo eliminarli! Quante mentalità malate potremmo correggere! Quanta omertà e quanta ingiustizia potremmo neutralizzare! Quanta indifferenza e quanta cattiveria potremmo annullare confidando nella potenza del seme! Gesù ci invita a diventare seminatori di bene, artigiani di pace, agricoltori pazienti e terreno fertile… Accogliamo, dalla parabola,

le indicazioni per compiere un buon e vero cammino cristiano. Maria, Vergine del Monte Carmelo – ha concluso – ci dimostra che quanto detto si può realizzare… Questa speranza noi vogliamo alimentare, confortati e sostenuti da quanto Papa Francesco scrive nell’Evangelii Gaudium: «Il cristiano è uno ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha però la sicurezza che non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola nel mondo come una forza di vita».

Carmelo Petrone

 

 

 

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