Visita Pastorale

Visita Pastorale

Direttorio per la Visita Pastorale

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La Visita Pastorale è «segno della presenza del Signore che visita il suo popolo nella pace» (Pastores Gregis, 46). Con tale segno il Vescovo esercita il suo ministero proprio, quello cioè di essere immagine viva di Gesù Buon Pastore che cura il gregge a lui affidato con l’insegnamento, la santificazione e il governo, animato da vera carità pastorale, al fine di perpetuare l’opera di Cristo Pastore eterno.

Come annunciato dal nostro Arcivescovo nella sua Lettera Pastorale, scopo della Visita è partire dall’analisi del volto della comunità e dall’individuazione delle problematiche locali per rivedere insieme «il significato e le forme da dare all’evangelizzazione, le tipologie e le modalità da impiegare nell’annuncio, il modello di Chiesa da incarnare nelle nostre scelte e gli eventuali accorgimenti da prendere per conformare meglio l’azione pastorale alle esigenze del Vangelo e alle necessità del territorio, tenendo sempre presente il progetto pastorale dell’Arcidiocesi».

Questo Direttorio, a uso delle parrocchie della Chiesa Agrigentina, è lo strumento di base per preparare e accompagnare le diverse tappe della Visita Pastorale che l’Arcivescovo Francesco Montenegro ha indetto il 25 febbraio 2017, nel nono anno del suo ministero episcopale in Diocesi.

Non ha la pretesa di essere esaustivo, ma offre alcuni stimoli per entrare nello spirito della Visita e nei possibili risvolti pastorali che essa dovrebbe suscitare, integrando e supportando la creatività delle comunità locali e il servizio degli organismi diocesani.

La prima parte riporta i due documenti che danno il tono a questa forte esperienza ecclesiale e ne rivelano il valore secondo le intenzioni con cui il nostro Arcivescovo intende compierla: la Lettera Pastorale e il Decreto di indizione.

La seconda parte contiene le tracce per la preparazione remota: quattro spunti di riflessione che i parroci e gli altri operatori pastorali possono utilizzare per aiutare le comunità locali a predisporsi alla Visita Pastorale, attraverso momenti mirati di spiritualità, preghiera e formazione.

Nella terza parte si trova il materiale per la preparazione prossima, che gli organismi di partecipazione devono compilare per raccogliere tutte le informazioni da offrire all’Arcivescovo e ai Con-visitatori sia durante la Visita sia nella fase previa. In particolare, la prima sezione offre alcune schede sull’articolazione della vita comunitaria e sui suoi rapporti con il territorio; la seconda presenta vari questionari riguardanti l’ambito pastorale, quello economico-amministrativo e quello dei beni culturali ecclesiali.

Nella quarta parte, infine, si trovano alcuni sussidi per la liturgia: la preghiera per la Visita Pastorale e le indicazioni per le celebrazioni di apertura e chiusura.

Le comunità potranno liberamente adattare questi contenuti secondo le rispettive esigenze, con l’ausilio della Commissione diocesana per la Visita Pastorale.

A tutti auguro che la Visita, la sua preparazione e le sue ricadute siano, mediante l’effusione dello Spirito del Risorto, un’occasione di conversione e di grazia, di ascolto e di incontro, di rinnovamento spirituale e di slancio missionario.

 

Mons. Melchiorre Vutera, Vicario Generale

Coordinatore della Commissione Diocesana per la Visita Pastorale

Il Signore benedirà il suo popolo con la pace

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Alla diletta Chiesa che è in Agrigento, «a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!» (1Cor 1,2-3).

Sono trascorsi quasi nove anni dall’inizio del mio ministero episcopale in Diocesi e da allora ho avuto modo di visitare più volte le comunità locali, incontrando presbiteri e fedeli laici, diaconi e persone consacrate, organismi pastorali e aggregazioni laicali, forze sociali e realtà culturali. In ciascuno di questi incontri ho potuto scorgere la bellezza di questa terra e la ricchezza di questo popolo, ma mi sono anche reso conto del grido di sofferenza e dell’ansia di riscatto che da questa terra e da questo popolo si levano, a volte nel clamore dell’indignazione e a volte nel silenzio della rassegnazione.

Come Vescovo di questa Chiesa, consapevole dei miei limiti umani ma sollecitato da una sincera carità pastorale, ho cercato di condividere la storia delle persone e delle famiglie, di seguire le vicende sociali e politiche del territorio, di dialogare con le istituzioni e le amministrazioni locali.

Questa sollecitudine verso la Chiesa Agrigentina l’ho potuta esercitare, oltre che direttamente e personalmente, anche attraverso il lavoro paziente e prezioso del mio amato Presbiterio, impegnato nelle parrocchie e nelle unità pastorali dei quarantatre Comuni dell’Arcidiocesi così come nei vari organismi diocesani, a cui va tutta la mia stima, la mia riconoscenza e la mia gratitudine. Grazie alle reti umane e sociali che i Presbiteri e i Diaconi intessono e curano quotidianamente, con l’indispensabile collaborazione degli operatori pastorali laici e il prezioso servizio degli Istituti Religiosi e Secolari, la presenza delle comunità e delle altre realtà ecclesiali diventa il modo concreto e ordinario del servizio pastorale svolto in favore di tutto il Popolo di Dio.

Fin dal mio arrivo in Diocesi ho chiesto a tutti un esercizio comunitario di ascolto e di lettura, che ci mettesse nelle condizioni di trovare insieme le risposte più appropriate ed efficaci che la comunità cristiana può offrire alle tante domande della nostra gente.

Negli anni successivi a quello che mi è piaciuto chiamare “Anno dell’Ascolto” (2008-2009), ho legato la Visita Pastorale alla “Lettura del territorio”, perché il mio incontro con le comunità locali partisse da una sincera e approfondita conoscenza del contesto sociale, culturale e religioso dei nostri Comuni e diventasse momento di verifica concreta e di rilancio della vita e della missione della Chiesa nel tessuto socio-religioso.

Più volte, di fronte alle reticenze e alle difficoltà riscontrate nella realizzazione della lettura del territorio, ho chiesto di compierla come un atto di fedeltà, affinché l’annuncio del Vangelo e la testimonianza della fede diventassero la struttura portante di un vero e leale incontro con la realtà nella quale le nostre comunità cristiane vivono e operano.

Ora che buona parte delle parrocchie e delle unità pastorali ha compiuto questo esercizio, ritengo maturo il tempo di avviare la Visita Pastorale, quale momento in cui il Vescovo – secondo l’Esortazione Apostolica Pastores Gregis di S. Giovanni Paolo II – «esercita più da vicino per il suo popolo il ministero della parola, della santificazione e della guida pastorale, entrando a più diretto contatto con le ansie e le preoccupazioni, le gioie e le attese della gente e potendo rivolgere a tutti un invito alla speranza» (n. 46).

Mentre invito tutti a predisporci a questo tempo di grazia, sento il bisogno anzitutto di rinnovare l’esortazione alle comunità che non hanno ancora realizzato la lettura del territorio, affinché tutta intera l’Arcidiocesi tragga beneficio da questo evento fortemente ecclesiale.

Come prevede il Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi Apostolorum Successores, la Visita Pastorale deve infatti costituire un’occasione privilegiata per «mantenere contatti personali con il clero e con gli altri membri del Popolo di Dio; […] ravvivare le energie degli operai evangelici, lodarli, incoraggiarli e consolarli; […] richiamare tutti i fedeli al rinnovamento della propria vita cristiana e a un’azione apostolica più intensa; […] valutare l’efficienza delle strutture e degli strumenti destinati al servizio pastorale, […] per poter determinare meglio le priorità e i mezzi della pastorale organica» (n. 221).

Accogliendo i suggerimenti del Consiglio Episcopale e degli Organismi diocesani di partecipazione, in linea con le scelte pastorali dell’Arcidiocesi, intendo svolgere la Visita nel segno della prossimità, privilegiando l’aspetto relazionale e affettivo. Intendo darle, inoltre, una connotazione territoriale, valorizzando l’incontro delle comunità di uno stesso territorio, senza tuttavia dimenticare il suo carattere parrocchiale, come stabilito dai documenti del Magistero.

Sarà la fisionomia specifica di ognuno dei quarantatre Comuni a definirne di volta in volta le modalità, ma non dovranno mai mancare alcuni momenti fondamentali:

  1. la preparazione remota mediante momenti spirituali e formativi sull’identità e l’appartenenza ecclesiale, sul ruolo e il ministero del Vescovo, sulla corresponsabilità dei ministri ordinati e di tutti i battezzati nell’edificazione del Regno di Dio;
  2. la preparazione prossima attraverso la raccolta dei dati emersi dalla lettura del territorio e rielaborati secondo un apposito questionario che sarà fornito preventivamente;
  3. la visita previa dei Convisitatori per tutti gli adempimenti canonici;
  4. la celebrazione di apertura della Visita con una festa della comunità;
  5. un’assemblea per il confronto sui risultati della lettura del territorio, articolata in due tempi: con il Direttivo del Consiglio Pastorale e i rappresentanti delle istituzioni e delle principali agenzie educative operanti nel territorio; con gli organismi di partecipazione, gli operatori pastorali, le aggregazioni laicali e l’intera comunità;
  6. uno o più giorni di incontri vari, tenendo conto della configurazione e delle esigenze della comunità;
  7. la celebrazione conclusiva, possibilmente con l’amministrazione del sacramento della Confermazione.

A partire dall’analisi del volto della comunità e dall’individuazione delle problematiche locali, insieme vedremo il significato e le forme da dare all’evangelizzazione, le tipologie e le modalità da impiegare nell’annuncio, il modello di Chiesa da incarnare nelle nostre scelte e gli eventuali accorgimenti da prendere per conformare meglio l’azione pastorale alle esigenze del Vangelo e alle necessità del territorio, tenendo sempre presente il progetto pastorale dell’Arcidiocesi.

Alle realtà extraecclesiali che si renderanno disponibili al confronto chiederemo cosa si aspettano dalla comunità cristiana e cercheremo di capire in che modo una maggiore sinergia tra quanti operano nel territorio ci potrà rendere segno di speranza per tutti, particolarmente per i poveri e gli ultimi.

A conclusione della Visita indirizzerò a ogni comunità visitata una Lettera, nella quale comunicherò le impressioni e offrirò i suggerimenti per la prosecuzione del cammino.

Una Commissione diocesana costituita appositamente si occuperà di:

  1. redigere e pubblicare, entro la fine della Quaresima, il Direttorio per la Visita Pastorale a uso delle comunità locali;
  2. stilare, a cadenza semestrale, il calendario della Visita;
  3. comunicare alle comunità interessate, con sufficiente anticipo, l’inizio della Visita e curarne la preparazione remota e prossima;
  4. concordare e attuare tutti gli adempimenti previ alla Visita, di competenza dei Convisitatori;
  5. redigere i verbali e raccogliere l’eventuale materiale prodotto durante la Visita;
  6. svolgere, con l’eventuale aiuto degli organismi diocesani, tutti i servizi che si renderanno necessari.

A tutti chiedo l’impegno della preghiera personale e comunitaria, affinché la Visita Pastorale sia veramente, secondo l’esortazione di S. Giovanni Paolo II, «segno della presenza del Signore che visita il suo popolo nella pace» (Pastores Gregis, n. 46).

A ciascuno raccomando la fiducia e la corresponsabilità, affinché questo tempo favorisca l’incontro, rafforzi i legami e sostenga gli sforzi, in vista di una comunione sempre più solida e di una missione sempre più efficace.

I Santi Libertino e Gerlando, che hanno guidato la Chiesa Agrigentina all’alba del primo e del secondo millennio, i Santi Vescovi che si sono succeduti nella tradizione apostolica, i Santi patroni delle nostre comunità, ispirino e sostengano il confronto, il discernimento e le scelte ecclesiali che animeranno la Visita Pastorale.

Maria, Madre della Chiesa e Regina degli Apostoli, metta nel nostro cuore la stessa audacia e sollecitudine con le quali raggiunse in fretta la montagna per farsi presenza gioiosa di carità operosa in casa di Elisabetta.

Agrigento, 25 febbraio 2017 – Solennità di San Gerlando

Francesco card. Montenegro

Il significato e il valore della Visita Pastorale

(a cura di d. Melchiorre Vutera)

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1. La Visita Pastorale nel Magistero della Chiesa

Il Concilio Vaticano II insegna che «i Vescovi, posti dallo Spirito Santo, succedono agli Apostoli come pastori delle anime e, insieme con il Sommo Pontefice e sotto la sua autorità, hanno la missione di perpetuare l’opera di Cristo, Pastore eterno, partecipi della sollecitudine per tutte le chiese, esercitando l’ufficio episcopale, ricevuto per mezzo della loro ordinazione episcopale, in tutto ciò che riguarda il magistero e il governo pastorale nelle porzioni del gregge del Signore, che sono state loro assegnate» (Christus Dominus, nn. 2-3).

Uno dei modi concreti attraverso i quali i Vescovi adempiono questo ufficio di «continuare l’opera di Cristo esercitando il magistero e il governo pastorale» è la Visita Pastorale alle comunità e istituzioni ecclesiali che fanno parte della porzione di “gregge del Signore” a loro affidato. La Visita Pastorale è pertanto «autentico tempo di Grazia e momento speciale, anzi unico, in ordine all’incontro e al dialogo del Vescovo con i fedeli» (Pastores Gregis, n. 46).

Questa è la prospettiva nella quale si collocano i tratti giuridici delineati nei canoni 396, 397 e 398 del Codice di Diritto Canonico. La normativa canonica richiede che il Vescovo diocesano faccia almeno ogni cinque anni e personalmente una visita a tutta la diocesi, aiutandosi – se lo ritiene opportuno – di alcuni accompagnatori, che solitamente ricevono il titolo di “convisitatori”.

Di conseguenza la Visita Pastorale ha una duplice finalità: permettere al Vescovo di informarsi direttamente delle situazioni e delle circostanze concrete della diocesi e sostenere e incoraggiare tutti i fedeli a compiere i propri doveri cristiani impegnandosi nel lavoro ecclesiale secondo la propria vocazione e condizione di vita.

Il Diritto Canonico assegna alla Visita Pastorale gli scopi principali di custodire la retta dottrina, proteggere le buone abitudini e correggere quelle cattive, incrementare la carità, la pietà e la disciplina tra il clero e i fedeli, dare impulso all’apostolato e predisporre tutto ciò che sia ritenuto utile – a seconda delle circostanze concrete – per il bene della fede.

Un altro documento importante per comprendere il senso della Visita Pastorale è il Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi Apostolorum Successores, promulgato dalla Congregazione dei Vescovi il 22 febbraio 2004, che dedica a questo istituto il cap. VIII della parte III.

Per cogliere fino in fondo il significato e il valore della Visita pastorale è bene rifarsi a un significativo brano di questo Direttorio:

«La Visita Pastorale è una delle forme, collaudate dall’esperienza dei secoli, con cui il Vescovo mantiene contatti personali con il clero e con gli altri membri del Popolo di Dio. È occasione per ravvivare le energie degli operai evangelici, lodarli, incoraggiarli e consolarli; è anche l’occasione per richiamare tutti i fedeli al rinnovamento della propria vita cristiana e a un’azione apostolica più intensa. La visita gli consente inoltre di valutare l’efficienza delle strutture e degli strumenti destinati al servizio pastorale, rendendosi conto delle circostanze e difficoltà del lavoro di evangelizzazione, per poter determinare meglio le priorità e i mezzi della pastorale organica. La visita pastorale è pertanto un’azione apostolica che il vescovo deve compiere animato da carità pastorale che lo manifesta concretamente quale principio e fondamento visibile dell’unità nella Chiesa particolare (LG 23). Per le comunità e le istituzioni che la ricevono, la visita è un evento di grazia che riflette in qualche misura quella specialissima visita con la quale il “supremo pastore” (1Pt 5,4) e guardiano delle nostre anime (cf. 1Pt 2,25), Gesù Cristo, ha visitato e redento il suo popolo (cf. Lc 1,68)» (Apostolorum Successores, n. 221).

Su questo illuminante testo, già di per sé molto chiaro e completo, facciamo qualche breve sottolineatura che risulti utile per la riflessione comunitaria.

 

2. Il ministero del Vescovo nella Visita Pastorale

Nella Visita Pastorale il Vescovo non è un ispettore amministrativo o, peggio, un controllore burocratico, ma, più propriamente, un pastore che svolge un’azione apostolica, cioè la visita di un inviato (apostolo) che rende presente Gesù Cristo nella comunità cristiana.

Tramite la persona e l’azione del Vescovo, quindi, è Gesù stesso, quale “pastore supremo” (1Pt 5,4) e “custode delle nostre anime” (1Pt 2,25), che realizza la sua presenza di salvezza e di misericordia nella Chiesa.

Nella Visita Pastorale il Vescovo va considerato, in primo luogo, come il successore degli Apostoli. In questo modo egli assicura alla Chiesa la nota dell’apostolicità, che comporta la responsabilità di custodire e trasmettere la Sacra Scrittura e la Tradizione.

Inoltre, egli è inviato per alimentare la virtù soprannaturale della carità affinché la Chiesa sia casa e scuola di comunione. In questa prospettiva, coltiverà con instancabile dedizione lo spirito della carità e della comunione con e tra i presbiteri, con e tra i diaconi, con e tra i religiosi e le religiose, con e tra i componenti del popolo di Dio, affinché la Chiesa sia conosciuta dal mondo come un regno profetico di unità e di pace.

In modo particolare, il Vescovo è chiamato a illuminare con la luce del Vangelo e con la sapienza secolare della Chiesa condensata nella sua dottrina sociale i numerosi problemi della società contemporanea, curando con la virtù della speranza, come un buon samaritano, le ferite del cuore umano e della società. Come dice l’apostolo Pietro: «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato non per forza, ma volentieri, non per vile interesse ma di buon animo, non spadroneggiando sulle persone a voi affidate ma facendosi modelli del gregge» (1Pt 5,2-3).

 

3. Lo stile della Visita Pastorale

Una seconda caratteristica della Visita Pastorale è il dovere del Vescovo di mantenere contatti personali con il clero, i religiosi e le religiose e i fedeli laici, dentro quegli ambiti territoriali in cui sono inscritte le comunità parrocchiali.

Nel contesto della Visita pastorale, quindi, il contatto personale – più diretto e prolungato di quanto solitamente avviene – assume un’importanza assai significativa. I contatti, evidentemente, vanno resi fecondi e, in un certo senso, nobilitati da un preciso obiettivo, quello di «ravvivare le energie degli operai evangelici e richiamare tutti i fedeli al rinnovamento della propria vita cristiana e a un’azione apostolica più intensa». Contatti ben finalizzati, quindi, a confermare, sostenere e stimolare la fede, la testimonianza e l’impegno di evangelizzazione di ogni battezzato e di tutta la comunità cristiana.

Mettere in primo piano il valore del contatto personale, tuttavia, non significa che bisogna trascurare o non prendere in considerazione tutti gli altri elementi che tradizionalmente attengono alla Visita Pastorale. Il Documento sopra citato, infatti, ricorda che la Visita riguarda anche le strutture e gli strumenti, per verificare se sono idonei e utili al servizio pastorale e, in genere, all’opera di evangelizzazione. Di tutto questo si interesseranno i Convisitarori scelti dal Vescovo, nelle modalità e nei tempi concordati con i parroci e le comunità.

 

4. Lo svolgimento della Visita Pastorale

La Visita Pastorale del Vescovo intende rafforzare l’unità e la comunione di tutta la Chiesa diocesana, in modo che le comunità riconoscano la loro vocazione a coltivare i beni preziosi dell’unità e della comunione, superando individualismi, particolarismi, frammentazioni e separazioni, così presenti – purtroppo – anche nelle realtà ecclesiali.

Con la Visita Pastorale alle comunità il Vescovo si propone come principio e fondamento visibile dell’unità della Chiesa particolare. Lo farà promuovendo e animando la Visita in fraterna collaborazione con il presbiterio diocesano e con tutti quelli che sono chiamati a riconoscere la loro vocazione a vivere in comunione, disponibili a ricevere e a dare, fermi nel rifiuto di ogni tendenza alla chiusura e all’isolamento.

In modo particolare il Vescovo cercherà di raccordare la vita pastorale delle comunità parrocchiali alle scelte pastorali della Chiesa diocesana, seguendo nello specifico i precisi orientamenti del Piano Pastorale Diocesano.

La Visita Pastorale dovrà essere preparata in modo adeguato, con tutta l’attenzione che merita, trattandosi di un evento significativo nella storia spirituale e religiosa della Chiesa diocesana e delle comunità locali.

L’intervento dei Convisitatori precederà la Visita del Vescovo per verificare lo stato della parrocchia in relazione all’animazione pastorale, al decoro e all’efficienza dei luoghi sacri e delle suppellettili, alla conservazione del patrimonio artistico e liturgico, alla situazione economica e amministrativa, all’ordine dei vari registri e libri parrocchiali (cf. Apostolorum Successores, n. 222).

La Visita vera e propria consisterà in una serie di incontri con l’intera comunità in tutte le sue dimensioni e componenti, sia ecclesiali sia extraecclesiali, che vivono e operano nel territorio parrocchiale. L’articolazione specifica, di fatto, dipenderà dalla fisionomia e dalle esigenze di ogni singola comunità. Tale articolazione sarà scandita, ovviamente, dalla celebrazione dell’Eucaristia e di altri momenti spirituali.

Conclusa la Visita Pastorale, il Vescovo preparerà un documento per le singole comunità con il quale, oltre a lasciare una testimonianza della Visita stessa, offrirà dei suggerimenti e degli orientamenti per il futuro cammino della Parrocchia (cf. Apostolorum Successores, n. 225).

Tale documento, insieme alla relazione sulla situazione della Parrocchia, alla cronaca e ad alcuni ricordi fotografici, saranno conservati nell’archivio della Parrocchia e della Curia Vescovile.

Chiesa e Regno di Dio, comunità ecclesiale e territorio

(a cura di d. Vincenzo Cuffaro)

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1. I fondamenti biblici dell’identità

L’identità del popolo cristiano è inseparabile dall’identità della Chiesa. Ciò significa che occorre comprendere la Chiesa per poter collocare con esattezza il senso e lo scopo della presenza della comunità cristiana nel mondo. I fondamenti biblici, a questo riguardo, sono molteplici. In questa sede, il nostro intendimento è quello di indicarne i principali, che a nostro avviso sono quattro, rispettivamente appartenenti due all’Antico Testamento e due al Nuovo: il Popolo di Dio, la Sposa, la Chiesa-Corpo e la Chiesa-Tempio.

1.1 – Il Popolo di Dio

L’immagine del Popolo di Dio è quella che risale all’esodo: Israele viene tratto dalla schiavitù egiziana e non ha alcuna dignità di popolo, mancandogli una legislazione e una storia civile. Fino a quel momento, la sua tradizione è soltanto quella di pastori nomadi, risalente al clan di Abramo. Ai piedi del Sinai, si verifica una svolta epocale: il dono della legge mosaica. Da quel momento, il popolo schiavo, liberato dall’Egitto, acquista uno statuto e una legislazione civile. Ma, soprattutto, diventa in senso pieno “Popolo di Dio”.

Testi di riferimento: Es 19,1-6; Dt 4,32-40; 7,2-9.

1.2 – La Sposa

La relazione derivante dall’Alleanza implica un rapporto bilaterale. Il legame che unisce Israele a Dio è, però, in un certo senso sbilanciato e distante: l’Alleanza può essere trasgredita o violata dal popolo. Dio compie pertanto un secondo passaggio: dal ruolo di Governatore di Israele, egli passa a quello di Sposo. Ciò avviene già in epoca pre-esilica: il profetismo annuncia una nuova relazione che Dio intende instaurare col suo popolo. Non si tratterà più di un rapporto distante e tecnico, come quello che lega i due contraenti di un patto o di un contratto; sarà piuttosto un rapporto nuovo, intimo, come quello che lega due persone che hanno deciso di unire le loro vite nel rapporto sponsale. Qui il Dio di Israele si cala nel ruolo dello Sposo, offrendo al popolo una più profonda conoscenza di sé e una più profonda intimità, con un legame indissolubile e fecondo, come quello di due sposi. Se infatti Mosè aveva previsto il divorzio per il matrimonio degli Israeliti, concedendo al marito la possibilità del ripudio, Dio intende amare Israele, come sua sposa, con un amore indissolubile, nonostante i tradimenti di lei.

Testi di riferimento: Is 54,1-17; 61,10-11; Os 2,15-25.

1.3 – La Chiesa-Corpo

Il discorso sulla Chiesa si amplia, naturalmente, nel Nuovo Testamento. In particolare, la riflessione paolina affronta la questione che riguarda l’identità del popolo redento e consacrato mediante il battesimo. Nella visione paolina, esso diviene nel mondo il segno visibile della presenza di Cristo. Essere battezzati equivale, in sostanza, a divenire membra del Corpo di Cristo, il quale si estende nel mondo in tutte le latitudini dove esiste e vive una comunità cristiana. Essa stessa è il Corpo terreno del Cristo. La sua unità è determinata dallo Spirito Santo, che distribuisce doni e ministeri in vista del bene comune. Analogamente al funzionamento del corpo umano, anche la comunità cristiana può godere di piena salute, se ciascuna delle sue parti funziona nel rispetto degli scopi per cui esiste.

Testi di riferimento: 1 Cor 12,4-27; Ef 2,14-18; Col 1,15-20.

1.4 – La Chiesa-Tempio

Nella prospettiva del rapporto tra i due Testamenti, basato sullo schema promessa-compimento, il tempio di Gerusalemme ha un carattere simbolico che richiama il vero tempio, rappresentato dal Corpo di Cristo. Il tempio era stato edificato e consacrato da Salomone e poi successivamente ampliato e arricchito da Erode il grande. Rappresentava il cuore del giudaismo e il luogo di culto divinamente legittimato, con obbligo di pellegrinaggio nelle feste principali del calendario ebraico. Nell’insegnamento di Gesù, il tempio possiede una legittimità cronologicamente limitata, in quanto destinata a essere sostituita, in modo definitivo, dalla personale risurrezione del Cristo. Con l’ascensione del Risorto al cielo, il tempio è costituito dal suo Corpo, reso visibile dalla comunità cristiana.

Testi di riferimento: Gv 2,13-22; 14,1-6; 1 Pt 2,4-10.

 

2. I fondamenti biblici dell’appartenenza

L’identità della Chiesa è abbastanza chiaramente esposta nei paragrafi precedenti. Essa dipende, com’è ovvio, dalla gratuità della divina elezione. Dal punto di vista del soggetto credente, però, possono verificarsi diversi livelli di comprensione del proprio essere Chiesa. Taluni battezzati hanno una coscienza soltanto embrionale dell’appartenenza; altri sono mossi dal desiderio di approfondirla; altri ancora se ne sentono parte attiva, sebbene pochi rispetto alla totalità. Dobbiamo, pertanto, volgerci alle Scritture per avere alcune necessarie coordinate. L’obiettivo è quello di chiedere alla Bibbia su cosa si fonda l’appartenenza alla Chiesa e in cosa consiste.

La risposta della Bibbia va in due precise direzioni: una verticale e una orizzontale. Vale a dire che la base dell’appartenenza alla Chiesa va cercata nel punto di convergenza di due appartenenze: quella dell’uomo a Dio e quella dell’uomo all’uomo. Vediamole nel dettaglio.

2.1 – Le formule dell’appartenenza divina

Il senso dell’appartenenza alla Chiesa va individuato nella sua origine divina. Prima di appartenere alla Chiesa, come comunità visibile, noi apparteniamo a Dio. Per questa ragione, la Bibbia utilizza le formule di appartenenza con un valore di reciprocità: «Io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo» (Ger 31,33). Talvolta solo dal punto di vista di Dio: «Io sono il Signore vostro Dio» (Lev 26,13). In ogni caso, alla base dell’appartenenza ci sta il concetto di elezione: «Ha mai tentato un Dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri occhi?» (Dt 4,34).

Testi di riferimento: Dt 4,32-40; Ger 31,31-34; Ez 11,17-21.

2.2 – La formula dell’appartenenza umana

Una sola è la formula dell’appartenenza umana, declinabile in infiniti modi, ed è quella dell’amore fraterno. Solo se si è consapevoli di essere fratelli, allora si può vivere l’appartenenza non solo alla comunità ecclesiale, ma anche all’umanità. Infatti, l’appartenenza derivante dall’amore fraterno inizia con l’atto creativo di Dio: in Genesi 1, la prima coppia si presenta come direttamente creata da Dio (cf. Gen 1,26-27). Di conseguenza, in quanto creati direttamente da Dio, essi sono entrambi veramente suoi figli, e perciò fratello e sorella. L’appartenenza alla famiglia umana è perciò determinata dal fatto di essere stati creati da Dio. Tale fraternità si approfondisce, poi, nella linea battesimale, dove si viene generati dalla Chiesa nell’acqua e nello Spirito come figli di Dio, in quanto fratelli di Cristo, primogenito dell’umanità.

Testi di riferimento: Gen 1,26-28; Lc 10,25-37; Gv 20,17-18.

Il ministero del Vescovo nella Chiesa mistero di comunione

(a cura di d. Francesco Vaccaro Notte)

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1. L’Ordine sacro a servizio del Sacerdozio comune

«Il vescovo è – per un luogo determinato – l’immagine visibile dell’unione invisibile di tutti i fedeli; è la personificazione dell’amore reciproco, la manifestazione e il centro vivente dei sentimenti cristiani che tendono all’unità […]. Il vescovo è l’amore comunitario personificato e il centro di unione di tutti; perciò chi è unito a lui è in comunione con tutti, e chi da lui è diviso, si è ritirato dalla comunione con gli altri, è separato dalla Chiesa. La Chiesa dunque è nel vescovo, e il vescovo nella Chiesa».

Tutta la Chiesa è un popolo sacerdotale. Grazie al battesimo, tutti i fedeli partecipano al sacerdozio di Cristo. Tale partecipazione si chiama “sacerdozio comune dei fedeli”. Sulla sua base esiste un’altra partecipazione alla missione di Cristo: quella del ministero conferito dal sacramento dell’Ordine, la cui funzione è servire a nome e in persona di Cristo-Capo in mezzo alla comunità.

La pienezza del ministero sacerdotale è propria del Vescovo, così come dice il Concilio Vaticano II: «Con la consacrazione episcopale viene conferita la pienezza del sacramento dell’Ordine, quella cioè che dalla consuetudine liturgica della Chiesa e dalla voce dei santi Padri viene chiamato sommo sacerdozio e vertice del sacro ministero» (Lumen Gentium, n. 21). Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna: «Questo sacramento configura a Cristo in forza di una grazia speciale dello Spirito Santo, allo scopo di servire da strumento di Cristo per la sua Chiesa. Per mezzo dell’ordinazione si viene abilitati ad agire come rappresentanti di Cristo, Capo della Chiesa, nella sua triplice funzione di sacerdote, profeta e re» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1581).

Il Vescovo detiene l’ufficio pastorale della Chiesa particolare che gli è stata affidata e il suo servizio presso il popolo di Dio si esprime in tre dimensioni: l’insegnamento (munus docendi); la santificazione della Chiesa (munus sanctificandi) e il governo pastorale (munus regendi). Nell’esercizio del ministero pastorale dei vescovi (munus pascendi) le tre funzioni sono inseparabili: il Vescovo, infatti, quando insegna, nello stesso tempo santifica e governa; mentre santifica, nello stesso tempo insegna e governa; quando governa, nello stesso tempo insegna e santifica.

 

2. Il Munus regendi

Degno di rilievo è il n. 27 della Costituzione conciliare Lumen Gentium: «I vescovi reggono le Chiese particolari a loro affidate come vicari e legati di Cristo, col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche con l’autorità e la sacra potestà, della quale però non si servono se non per edificare il proprio gregge nella verità e nella santità, ricordandosi che chi è più grande si deve fare come il più piccolo, e chi è il capo, come chi serve […]. Il vescovo, mandato dal padre di famiglia a governare la sua famiglia, tenga innanzi agli occhi l’esempio del buon Pastore, che è venuto non per essere servito ma per servire (cf. Mt 20,28; Mc 10,45) e dare la sua vita per le pecore (cf. Gv 10,11). Preso di mezzo agli uomini e soggetto a debolezza, può benignamente compatire gli ignoranti o gli sviati (cf. Eb 5,1-2). Non rifugga dall’ascoltare quelli che dipendono da lui, curandoli come veri figli suoi ed esortandoli a cooperare alacremente con lui. Dovendo render conto a Dio delle loro anime (cf. Eb 13,17), abbia cura di loro con la preghiera, la predicazione e ogni opera di carità; la sua sollecitudine si estenda anche a quelli che non fanno ancora parte dell’unico gregge e li consideri come affidatigli dal Signore».

Per svolgere il suo compito di guida, il Vescovo dispone principalmente di due modi: da una parte il consiglio, l’incoraggiamento, l’esempio e l’insegnamento e dall’altra l’autorità e l’esercizio del potere per edificare nella verità e nella santità.

Appare così che la dimensione pastorale del governo del Vescovo dipende dalla sua finalità: «il Vescovo mandato dal padre di famiglia a governare la sua famiglia». Il Vescovo non si arruola da sé il potere perché è un “inviato”, ma è inviato a governare: questa dialettica traduce fondamentalmente la struttura comunionale che deve caratterizzare i suoi rapporti. Il potere episcopale consiste essenzialmente nel governo, ma il governare s’ispira e si fonda su un modello di sacrificio e servizio: «tenga innanzi agli occhi l’esempio del buon Pastore, che è venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita per le pecore».

 

3. Il Munus sanctificandi

«Il Vescovo, insignito della pienezza del sacramento dell’ordine, è l’economo della grazia del supremo sacerdozio specialmente nell’Eucaristia, che offre egli stesso o fa offrire e della quale la Chiesa continuamente vive e cresce […]. Ogni legittima celebrazione dell’Eucaristia è diretta dal Vescovo, al quale è demandato il compito di prestare e regolare il culto della religione cristiana alla divina Maestà, secondo i precetti del Signore e le leggi della Chiesa, dal suo particolare giudizio ulteriormente determinante per la propria diocesi. In questo modo i vescovi, con la preghiera e il lavoro per il popolo, in varie forme effondono abbondantemente la pienezza della santità di Cristo». (Lumen Gentium, n. 26)

In quanto il Vescovo riceve la pienezza del sacramento dell’ordine, a lui, come “economo”, cioè come distributore della grazia del supremo sacerdozio, compete di diffondere la santità. Il mezzo principale per adempiere al suo ufficio è la celebrazione dell’Eucaristia, presieduta personalmente o da un presbitero suo collaboratore in comunione con lui. Se “l’Eucaristia fa la Chiesa”, è anche vero che senza la Chiesa l’Eucaristia non si può celebrare e il Vescovo è il modello e riferimento dell’unità ecclesiale.

Nel Decreto sulla missione pastorale dei vescovi nella Chiesa Christus Dominus, al n. 15 si legge: «Nell’esercizio del loro ministero di santificazione, i vescovi si ricordino bene di essere stati scelti di mezzo agli uomini e di essere stati investiti della loro dignità per gli uomini in tutto ciò che si riferisce a Dio, affinché offrano doni e sacrifici per i peccati. Infatti i vescovi hanno la pienezza del sacramento dell’ordine; e da loro dipendono, nell’esercizio della loro potestà, sia i presbiteri, che sono stati anch’essi consacrati veri sacerdoti del Nuovo Testamento perché siano prudenti cooperatori dell’ordine episcopale, sia i diaconi, che in unione col vescovo e al servizio del suo presbiterio sono destinati al ministero del popolo di Dio. I vescovi perciò sono i principali dispensatori dei misteri di Dio e nello stesso tempo organizzatori, promotori e custodi della vita liturgica nella Chiesa loro affidata».

 

4. Il Munus docendi

In virtù della pienezza del sacramento dell’ordine, il Vescovo è un homo apostolicus, cioè autentico testimone e maestro della tradizione apostolica nella porzione del popolo di Dio a lui affidata. In questo senso egli garantisce l’immanenza della Chiesa universale nella Chiesa particolare in cui esercita la sua potestà.

«Tra i principali doveri dei vescovi eccelle la predicazione del Vangelo. I vescovi, infatti, sono gli araldi della fede che portano a Cristo nuovi discepoli; sono dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita, la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (cf. Mt 13,52), la fanno fruttificare e vegliano per tenere lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano (cf. 2 Tm 4,1-4). I vescovi che insegnano in comunione col Romano Pontefice devono essere da tutti ascoltati con venerazione quali testimoni della divina e cattolica verità; e i fedeli devono accettare il giudizio dal loro vescovo dato a nome di Cristo in cose di fede e morale, e dargli l’assenso religioso del loro spirito». (Lumen Gentium, n. 25)

Il Vescovo trasmette ai fedeli la Parola di Dio autorevolmente. Al suo insegnamento si è tenuti ad aderire con il pensiero e con la vita. L’insegnamento del Vescovo è autentico, cioè è esercitato in nome di Cristo e con l’autorità di Cristo.

Sant’Ireneo, per combattere le eresie gnostiche, si rifà al depositum fidei degli apostoli, che risiede nella predicazione e dottrina dei vescovi. Egli afferma: «Tutti coloro che vogliono vedere la verità delle cose possono osservare come la tradizione degli apostoli, resa manifesta nel mondo intero, è presente in ogni chiesa. E possiamo elencare coloro che dagli apostoli furono costituiti vescovi nelle chiese, nonché i loro successori fino ai nostri giorni; essi non hanno insegnato né conosciuto nulla di quanto costoro vanno delirando».

Il Concilio Vaticano II riprende questa tradizione presentando i vescovi come «coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità» (Dei Verbum, n. 8).

La corresponsabilità e la ministerialità nella Chiesa Popolo di Dio

(a cura di d. Alfonso Tortorici)

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1. Forme di partecipazione e collaborazione nella S. Scrittura

Nelle sante Scritture frequentemente si fa riferimento ai molteplici modi di collaborare dei vari componenti della comunità allo svolgimento della sua missione:

  • i collaboratori di Mosé (Es 18,17-27);
  • gli apostoli nella moltiplicazione dei pani e nella predicazione del Regno (Mt 14,13-21; 28,19-20);
  • i sette “diaconi” (At 6,1-6);
  • la missione di Saulo e Barnaba (At 13,1-5);
  • i collaboratori di Paolo: Tito e Timoteo; gli anziani convocati a Mileto (At 20,17-38); i fratelli di Roma (Rm 16,1-16)…

Queste esperienze e questi insegnamenti biblici ci aiutano a comprendere la Chiesa di Cristo come comunità chiamata a portare il Vangelo al mondo intero con  la collaborazione di tutti i battezzati.

 

2. A servizio della santità personale e comunitaria del Popolo di Dio

La Chiesa è opera della Santa Trinità (cf. Lumen Gentium, nn. 1-4) ed è stata da essa chiamata alla santità: santità dei singoli membri; santità comunitaria del Popolo di Dio nel suo insieme, che si attua accogliendo il dono di Dio nella propria vita e cooperando alla missione.

«Sogno una Chiesa missionaria – scrive Papa Francesco – capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che l’autopreservazione» (Evangelii Gaudium, n. 27).

La Chiesa si realizza nell’Eucaristia e si inserisce nei diversi contesti umani, manifestando alcune speciali caratteristiche.

a) La Chiesa è una e molteplice

Nell’unica Chiesa c’è una molteplicità di persone che vivono in fraternità per realizzare la comunione voluta da Dio; essa perciò sa di essere impegnata al superamento delle distanze e delle divisioni. «La Chiesa è una in una esperienza multiforme. […] Come ieri, Dio continua a cercare alleati, continua a cercare uomini e donne capaci di credere, capaci di fare memoria, di sentirsi parte del suo Popolo per cooperare con la creatività dello Spirito» (Papa Francesco, Visita alla Chiesa di Milano, 25.03.2017).

b) Nella Chiesa i fedeli sono uguali, diversi e complementari

Nella Chiesa i fedeli sono uguali per la comune dignità di figli di Dio e per la comune azione a servizio del piano divino  della salvezza; sono diversi per la varietà dei loro doni, carismi e ministeri; sono complementari nella condivisione dei problemi e delle sofferenze della comunità, oltre che nell’impegno di mettere a disposizione i propri doni e coordinarsi con gli altri fratelli nell’azione apostolica.

«Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico. Questa è una delle nostre ricchezze. È un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri; è un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere; è un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore» (Papa Francesco, ivi).

c) La Chiesa è particolare e universale

L’unica Chiesa di Cristo è costituita dalla comunione delle diverse Chiese particolari, guidata e rappresentata dal collegio episcopale presieduto dal successore di Pietro. Essa è presente dovunque si celebra l’Eucaristia e si realizza l’evento-Cristo crocifisso e risorto.

«In ogni comunità che partecipa all’altare, sotto la sacra presidenza del Vescovo viene offerto il simbolo di quella carità e “unità del corpo mistico, senza la quale non può esserci salvezza”. In queste comunità, sebbene spesso piccole e povere e disperse, è presente Cristo, per virtù del quale si costituisce la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Infatti “la partecipazione del corpo e del sangue di Cristo altro non fa, se non che ci mutiamo in ciò che riceviamo”» (Lumen Gentium, n. 26).

 

3. Gli organismi di partecipazione a servizio della missione

Negli ultimi secoli, nell’organizzazione ecclesiale hanno svolto un ruolo determinante e quasi esclusivo i ministri sacri. Ai laici in genere sono stati affidati soprattutto compiti esecutivi nelle varie attività apostoliche, senza quasi nessuna partecipazione alle scelte operate dalle istituzioni ecclesiastiche ai vari livelli.

Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto apertamente la dignità dei laici e li ha coinvolti responsabilmente nella vita ecclesiale. «I laici, radunati nel popolo di Dio e costituiti nell’unico corpo di Cristo sotto un solo capo, sono chiamati, chiunque essi siano, a contribuire come membra vive, con tutte le forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all’incremento della Chiesa e alla sua santificazione permanente» (Lumen Gentium, n. 33).

Il Concilio ha poi espressamente invitato i pastori a riconoscere la dignità e la capacità di iniziativa proprie dei laici (cf. Lumen Gentium, n. 37).

Lo stesso Concilio ha quindi dato l’indicazione che nelle diocesi si costituiscano delle commissioni composte da sacerdoti, religiosi e laici, con il compito di «studiare ed esaminare tutto ciò che si riferisce alle opere di apostolato, per poi proporre conclusioni pratiche» (Christus Dominus, n. 27; cf. Apostolicam Actuositatem, n. 26).

A seguito di questi orientamenti sono stati istituiti i Consigli Pastorali e i Consigli per gli Affari Economici, sia a livello diocesano che a livello di parrocchia (cf. Codice di Diritto Canonico, cann. 536 e 537). Questi due consigli, anche se solo consultivi, svolgono un compito importante e delicato per la comunità, rispettivamente nell’ambito pastorale e in quello amministrativo.

Un ruolo particolare sono chiamate a svolgere anche le famiglie cristiane, particolarmente nel servizio alle altre famiglie. Infatti «la Chiesa è famiglia di famiglie, costantemente arricchita dalla vita di tutte le Chiese domestiche. Pertanto in virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa» (Amoris Laetitia, n. 87).

Tra le forme di partecipazione delle diverse componenti della comunità ecclesiale, le più significative sono quelle sinodali, che si attuano nei concili o sinodi ai vari livelli. La nostra Diocesi ha vissuto una di queste esperienze con il Sinodo Pastorale Diocesano del 1979-1981, il cui documento finale sulla “Parrocchia comunione di comunità” è stato la base dell’impegno pastorale diocesano degli anni successivi.

 

4. Ministerialità e corresponsabilità nella Visita Pastorale

Nella preparazione della Visita Pastorale, la parrocchia è chiamata a vivere intensi momenti di formazione spirituale e pastorale.

Essa deve anche fare un’attenta e completa verifica della reale situazione pastorale e amministrativa, coinvolgendo le diverse categorie di operatori pastorali, sulla scorta dei sussidi specifici offerti dal centro diocesano.

In particolare non mancherà di verificare:

  • se, di anno in anno, il Piano Pastorale Diocesano è stato accolto con docilità, attuato con fedeltà e costanza, messo al centro del proprio servizio alla comunità, fatto strumento di comunione con il Vescovo e stimolo all’azione caritativa e missionaria nel territorio;
  • come funzionano gli organismi di partecipazione;
  • in che misura sono stati accolti e valorizzati gli Orientamenti della Chiesa italiana, come quelli recentemente offerti dal Convegno Nazionale delle Chiese d’Italia a Firenze sui cinque ambiti dell’impegno ecclesiale, connotati dai verbi: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare.

CELEBRAZIONE DI APERTURA

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La comunità si raduna per l’apertura della Visita Pastorale nei primi vespri della domenica o di un giorno festivo, come stabilito. Il Parroco (o uno dei presbiteri) accoglie l’Arcivescovo alla porta della chiesa e gli porge l’aspersorio con l’acqua benedetta. L’Arcivescovo asperge se stesso e i fedeli, attraversando la navata della chiesa. Nel frattempo si possono cantare le litanie dei santi o un altro canto conosciuto dalla comunità.

 

Signore, pietà. Signore, pietà.

Cristo, pietà. Cristo, pietà.

Signore, pietà. Signore, pietà.

Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi.

San Michele, prega per noi.

Santi Angeli di Dio, pregate per noi.

San Giovanni Battista, prega per noi.

San Giuseppe, prega per noi.

Santi Pietro e Paolo, pregate per noi.

Sant’Andrea, prega per noi.

San Giovanni, prega per noi.

Santi Apostoli ed Evangelisti, pregate per noi.

San Libertino, prega per noi.

San Potamione, prega per noi.

Sant’Ermogene, prega per noi.

San Gregorio Agrigentino, prega per noi.

San Gerlando, prega per noi.

Sant’Angelo, prega per noi.

Santa Lucia, prega per noi.

Sant’Agata, prega per noi.

San Vito, prega per noi.

San Giacinto Giordano Ansalone, prega per noi.

San Calogero, prega per noi.

San Pellegrino, prega per noi.

San Nicola, prega per noi.

San Giuseppe Maria Tomasi, prega per noi.

San Leonardo, prega per noi.

Santa Rosalia, prega per noi.

San Domenico, prega per noi.

Sant’Antonio da Padova, prega per noi.

Beato Matteo vescovo, prega per noi.

Beato Francesco Spoto, prega per noi.

Beato Giuseppe Puglisi, prega per noi.

Santi tutti di Dio, pregate per noi.

Nella tua misericordia salvaci, Signore.

Da ogni male salvaci, Signore.

Da ogni peccato salvaci, Signore.

Dalla morte eterna salvaci, Signore.

Per la tua incarnazione salvaci, Signore.

Per la tua morte e risurrezione, salvaci, Signore.

Per il dono dello Spirito Santo, salvaci, Signore.

Noi peccatori ti preghiamo ascoltaci, Signore.

Conforta e illumina la tua santa Chiesa ascoltaci, Signore.

Proteggi il nostro Papa Francesco ascoltaci, Signore.

Proteggi il nostro vescovo Francesco ascoltaci, Signore.

Proteggi tutti i ministri del Vangelo ascoltaci, Signore.

Proteggi e santifica questo tuo popolo ascoltaci, Signore.

Gesù, Figlio del Dio vivente, ascolta la nostra supplica.

Gesù, Figlio del Dio vivente, ascolta la nostra supplica.

 

Terminata l’aspersione, l’Arcivescovo sosta in silenzio dinanzi al SS. Sacramento per una breve adorazione; quindi si reca nel presbiterio. Il Parroco (o uno dei presbiteri) si reca davanti l’altare e invita a pregare per l’Arcivescovo.

Il Parroco (o uno dei presbiteri):

Preghiamo per il nostro Arcivescovo Francesco.

Dopo una breve pausa di silenzio, il Parroco (o uno dei presbiteri) dice una delle seguenti orazioni.

Il Parroco (o uno dei presbiteri):

O Dio, Pastore eterno, che edifichi la Chiesa

con la varietà e la ricchezza dei tuoi doni,

e la governi con la forza del tuo amore,

concedi al tuo servo Francesco

che hai posto a capo della comunità Agrigentina

di presiederla in nome di Cristo

come maestro, sacerdote e pastore.

Per Cristo nostro Signore.

 

oppure:

O Dio, pastore e guida di tutti credenti,

guarda il tuo servo Francesco,

che hai posto a presiedere

la Chiesa di Agrigento;

sostienilo con il tuo amore,

perché edifichi con la parola e l’esempio

il popolo che gli è affidato,

e insieme giungano alla vita eterna.

Per Cristo nostro Signore.

 

oppure:

Dona, o Padre, al tuo servo Francesco,

che nella successione apostolica

hai posto a guidare la Chiesa Agrigentina,

Spirito di consiglio e di fortezza,

Spirito di scienza e di pietà,

perché fedele alla sua missione

edifichi la tua Chiesa

sacramento universale di salvezza.

Per Cristo nostro Signore.

 

L’Assemblea:

Amen.

 

Subito dopo, secondo l’opportunità, uno o due rappresentanti della comunità ecclesiale e civile rivolgono un discorso di benvenuto, a cui fa seguito il saluto dell’Arcivescovo.

Quindi l’assemblea si raccoglie in preghiera per la celebrazione comunitaria dei Vespri secondo l’ufficio del giorno, introdotti dal Lucernale nel modo seguente.

 

Accanto all’ambone è collocato il cero pasquale acceso. Le candele dell’altare sono spente. Si prepari il turibolo e una candela spenta per l’accensione delle candele dell’altare dal cero, quando previsto.

Un sottofondo musicale accompagna la processione d’ingresso dei ministri all’altare.

L’Arcivescovo, fatta la debita riverenza all’altare, senza incensarlo raggiunge la sede.

 

 

Saluto e Invocazioni

L’Arcivescovo:

A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue,

che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre.

 L’Assemblea:

A lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.

L’Arcivescovo:

Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà,  anche quelli che lo trafissero,

e per lui tutte le tribù della terra si batteranno il petto. Sì, Amen!

L’Assemblea:

Dice il Signore Dio: 

Io sono l’Alfa e l’Omèga,  Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!

L’Arcivescovo:

Fratelli e sorelle,

[nei Primi Vespri della domenica]

con questa celebrazione vigiliare entriamo nella domenica,

Pasqua settimanale, memoriale della morte e resurrezione del Signore.

[nei Primi Vespri di un giorno festivo]

con questa celebrazione vigiliare entriamo nella solennità/festa di [N.],

memoriale del mistero della salvezza compiuta da Dio nella storia umana.

Mentre il mondo passa dalla luce del giorno al buio della notte,

la nostra comunità si raduna in preghiera e invoca il Cristo,

volto visibile del Padre e luce che illumina il mondo

perché egli, con la sua presenza, come la colonna dell’esodo, guidi il suo popolo,

rischiari l’umanità, distrugga il peccato e ci mostri la radiosa luce del suo volto.

A Lui volgiamo lo sguardo e il cuore,

per lasciarci illuminare e camminare nella sua luce.

 

Invocazione a Cristo Luce delle genti

L’Arcivescovo si pone davanti al cero pasquale e acclama, alternandosi con l’Assemblea.

L’Arcivescovo:

O Cristo, Verbo di Dio, Luce della Luce senza principio,

aiuto dello Spirito, noi ti lodiamo.

Triplice luce di una gloria indivisa, noi ti lodiamo.

L’Assemblea:

Hai dissipato le tenebre e creato la luce e in essa tutto hai creato.

Hai dato vita alla materia, imprimendovi il volto del mondo

e i tratti della sua bellezza.

Il Coro:

Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison.

(o un altro canto conosciuto dalla comunità)

L’Arcivescovo:

Hai illuminato lo spirito dell’uomo con la ragione e la sapienza.

Ovunque si riflette la tua luce eterna,

perché con la luce l’uomo scopra la vera bellezza e tutto diventi luminoso.

L’Assemblea:

Hai illuminato il cielo di luci variopinte.

Alla notte e al giorno hai comandato di alternarsi

con una norma di fraterna amicizia;

la prima pone termine alle fatiche del corpo,

l’altra sprona al lavoro comandato;

e noi fuggiamo le tenebre per affrettarci verso quel giorno

al quale nessuna notturna tristezza potrà mai porre fine.

Il Coro:

Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison.

(o un altro canto conosciuto dalla comunità)

L’Arcivescovo:

Da’ alle mie palpebre un sonno leggero

perché la mia voce non resti a lungo silenziosa.

Mentre il creato veglia per salmodiare con gli angeli,

il mio sonno sia sempre ricreato della tua presenza;

e la notte non faccia ricordare le colpe del giorno,

e stranezze notturne non popolino i miei sogni.

L’Assemblea:

Anche se il corpo è inerte, lo Spirito, o mio Dio, ti loda!

Padre, Figlio, e Spirito Santo,

a te onore e gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen.

[Gregorio Nazianzeno]

Il Coro:

Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison.

(o un altro canto conosciuto dalla comunità)

 

Uno dei ministri accende le candele dell’altare dal cero pasquale.

Subito dopo l’Arcivescovo incensa l’altare e lo venera. Quindi prosegue con la seguente acclamazione.

 

L’Arcivescovo:

Ti benediciamo, o Cristo Verbo di Dio, Luce da Luce senza principio.

Tu hai dissipato ogni tenebra, l’hai trasfigurata in luce;

hai illuminato la nostra mente, hai dato sapienza alla ragione.

In te, Luce, vediamo la luce; per te, Luce, diventiamo luce.

Te, Sapienza, canti il nostro cuore:

a te e al Padre e allo Spirito Santo onore e gloria nella Chiesa

ora e nei secoli dei secoli.

L’Assemblea:

Amen.

 

Celebrazione dei Vespri

Segue la celebrazione dei Vespri, a partire dalla salmodia.

Dopo la Lettura Breve, se lo ritiene opportuno, l’Arcivescovo può tenere una breve omelia.

Al canto del Magnificat l’Arcivescovo incensa l’altare e l’immagine della Beata Vergine Maria.

La celebrazione si conclude nel modo consueto.

 

 

CELEBRAZIONE DI CHIUSURA

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La Visita Pastorale si conclude con la Celebrazione Eucaristica.

Se durante la Messa si amministra il sacramento della Cresima e se le norme liturgiche lo prevedono, si può utilizzare il formulario della Messa rituale della Confermazione. In questo caso le letture si possono scegliere tra quelle proposte dall’apposito lezionario o si possono utilizzare quelle della Messa del giorno. Il colore delle vesti sacre è il rosso o il bianco.

Al termine della Messa, dopo l’orazione e prima della benedizione, un rappresentante della comunità rivolge un discorso di ringraziamento, a cui fa seguito il saluto dell’Arcivescovo.

Vieni a benedire il tuo popolo con la pace!

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A te, “Pastore delle pecore” (Gv 10,2), innalziamo la nostra preghiera:

nella visita del nostro Vescovo vieni a benedire il tuo popolo con la pace!

Donaci di riconoscere la tua voce nelle sue parole,

perché si risvegli in noi la fiducia che anima i figli

e l’audacia che sospinge i discepoli.

Consolaci ancora con la sua esortazione paterna,

perché sentiamo la gioia di appartenerti e di seguirti.

 

A te, “Porta delle pecore” (Gv 10,7), innalziamo la nostra preghiera:

nella visita del nostro Vescovo vieni a benedire il tuo popolo con la pace!

Donaci di riconoscere la tua presenza nei suoi gesti,

perché si risvegli in noi il gusto della comunione ecclesiale

e la passione per l’annuncio missionario.

Sostienici ancora con la sua vicinanza paterna,

perché sentiamo la gioia di vivere in pienezza uniti a te.

 

A te, “Buon pastore” (Gv 10,11), innalziamo la nostra preghiera:

nella visita del nostro Vescovo vieni a benedire il tuo popolo con la pace!

Donaci di riconoscere la tua misericordia nel suo abbraccio,

perché si risvegli in noi l’attenzione al nostro territorio

e la sollecitudine per le sue povertà.

Scuotici ancora con il suo richiamo paterno,

perché sentiamo la gioia di portare la tua salvezza a tutti gli uomini.

 

Tu, “Pastore e custode delle nostre anime” (1Pt 2,25),

continua a custodire il nostro Vescovo Francesco.

Nel vincolo della successione apostolica e nell’esercizio del ministero episcopale

possa confermare i fratelli nella fede, edificarli nella speranza

e aiutarli a dare concretezza, vigore e lungimiranza alla loro carità.

 

Tu, “Pastore grande delle pecore” (Eb 13,20),

continua a vigilare sulla Chiesa Agrigentina.

Seguendo l’esempio dei Santi Libertino e Gerlando

e dei Santi Vescovi con i quali l’hai fecondata nel corso della storia,

possa vivere questo tempo come una nuova semina che prepara un nuovo raccolto.

 

Tu, “Pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata” (Is 28,16),

continua a edificare la nostra comunità di … [città].

Arricchita dei doni che lo Spirito suscita secondo il cuore del Padre,

possa rinnovarsi nella fedeltà e nella corresponsabilità al servizio del Regno

per diventare profezia dei cieli nuovi e della nuova terra che fiduciosi attendiamo.

Amen.