Funerali, lavoratori diga Naro, Mons.Vutera:”più attenzione e più tutele per i lavoratori”

Funerali, lavoratori diga Naro, Mons.Vutera:”più attenzione e più tutele per i lavoratori”

Pubblichiamo il testo dell’omelia pronunciata dal vicario generale dell’Arcidiocesi di Agrigento, mons. Melchiorre Vutera, per i funerali di Francesco Gallo e Gaetano Cammilleri, i due lavoratori morti alla diga Furore di Nero.

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Ci siamo riuniti in preghiera per invocare l’aiuto di Dio in questo momento di grande dolore che ha colpito le famiglie Gallo di Naro per la tragica scomparsa di Francesco e Cammilleri di Favara per la scomparsa di Gaetano; è un dolore nel quale tutti ci sentiamo coinvolti: la comunità ecclesiale, le autorità civili e militari, i colleghi di lavoro, le organizzazioni sindacali e le tante persone che, in diversi modi, hanno manifestato la loro vicinanza. Si unisce spiritualmente anche il nostro Arcivescovo che in questo momento si trova fuori per impegni pastorali. Mi ha chiesto di farvi arrivare il suo saluto e il suo abbraccio unito ad una fraterna preghiera. Ci sentiamo una sola famiglia e insieme ci stringiamo attorno alle bare di Francesco e di Gaetano per abbracciarli in questo passaggio dalla terra al cielo.

Ci stringiamo al dolore indescrivibile delle loro spose, dei figli, dei genitori, dei parenti, dei colleghi di lavoro. A voi, cari amici, diciamo che il vostro ed anche il nostro dolore è espressione del dolore generale di tutti gli agrigentini, dei cittadini di Naro e di Favara e dell’intera comunità ecclesiale. Questo è un dramma di tutti. Non ci sono aggettivi adeguati per commentare questo modo atroce di morire. È accaduto ciò che non dovrebbe mai accadere sul posto di lavoro, dove le persone si recano per guadagnarsi il pane col sudore e la fatica per costruire un futuro sereno e più sicuro per sé e per i propri figli. Tutte le morti sono brutte, ma queste sul lavoro sono ancora più tragiche. E non posiamo rassegnarci a queste morti; non possiamo abbassare l’attenzione di fronte a queste tragedie, che si abbattono su chi si reca al lavoro.

Ogni volta che un operaio muore, tutti dobbiamo sentirci coinvolti. Certo ciascuno secondo le sue responsabilità perché nulla avviene per caso.

Consapevole della delicatezza del momento non voglio dire tante parole. Mi rendo conto che forse sarebbe più utile il silenzio e il raccoglimento. Tuttavia penso che cristianamente non possiamo tacere la parola della fede, quella che timidamente si colloca alla porta di questa tragedia e che ci può sostenere nell’ affrontare il dolore per un distacco così doloroso.

Ho scelto come brano di Vangelo la morte di Gesù in croce. Penso che i familiari e, in parte, tutti noi, avvertiamo in questo momento gli stessi sentimenti della madre di Gesù e dei suoi parenti. Quella croce, come la morte di Francesco e di Gaetano, appare come un’immane tragedia, una sofferenza ingiustificata, un evento improvviso che non si riesce a capire e a sopportare. Per di più, la tragedia è resa ancora più pesante dal fatto che questi onesti e stimati lavoratori hanno perso la vita proprio mentre stavano per compiere il loro dovere. Una giornata come tante altre, un lavoro fatto come tante altre volte….eppure qualcosa non ha funzionato a dovere. Qualche ostacolo si è messo di traverso causando la loro morte.

È bene ricercare le cause dell’accaduto perché è più che legittimo indignarsi per il fatto che il lavoro possa, talune volte, diventare occasione di tragica morte. Questo è un giorno triste non solo perché diamo l’estremo saluto a due amici e fratelli che sono morti tragicamente ma anche perché dobbiamo ancora allungare l’elenco dei figli di questa martoriata terra che muoiono sul lavoro.

Ai nostri governanti, ai responsabili della cosa pubblica – insieme a tutti voi – davanti alle salme di Francesco e di Gaetano invoco e invochiamo più attenzione e più tutele per i lavoratori, più controlli perché sia sempre debitamente protetta la vita e la dignità di ogni lavoratore. Ma anche se dovesse arrivare la risposta a questo bisogno di giustizia rimane il grande vuoto per la morte di questi nostri fratelli.

Cosa puoi dirci oggi la fede che insieme cerchiamo di professare in questa celebrazione eucaristica? Da credente, prima ancora che da sacerdote, penso che la fede più che darci una risposta ci autorizzi a sollevare tante domande: perché? Come è potuto succedere? Perché proprio loro? Perché mentre stavano lavorando? Quanti interrogativi e quanti dubbi! Non riceveremo una risposta completa ma sapere che possiamo rivolgerci a Dio ci permette di avere la certezza che possiamo aggrapparci a Lui; possiamo invocarlo in questo momento; possiamo gridare a Lui il nostro dolore perché siamo certi che Lui lo ascolterà, lo custodirà e starà dalla nostra parte.

Nella preghiera sperimenteremo che Lui non è spettatore inerme della nostra sofferenza ma, in questo momento piange con noi, riempie il suo cuore con le nostre lacrime nell’attesa che anche il nostro cuore si faccia consolare dalle sue lacrime di passione per noi. In questo modo sperimenteremo – le famiglie in particolare – di non essere soli. Non è facile ma questa debole fede permetterà di aprire un piccolo varco alla speranza, quella che serve per andare avanti, per continuare a lottare con dignità scommettendo nella vita.

Padre nelle tue mani consegno la mia vita”. Le parole di Gesù sulla croce suonano come un abbandono totale ad una volontà, in quel momento, incomprensibile e dura da accettare. Quanto è difficile abbandonarsi a Dio quando non ci capiamo più nulla dalla vita! Quanta resistenza facciamo tutti a riconoscere che ci sono eventi che ci superano e che non capiremo mai fino in fondo! Abbandonarsi a Dio – e Gesù ce lo insegna – non è segno di debolezza, ma di grande fortezza. È umilmente dire: “non ce la faccio da solo, non resisto a tanto dolore; mio Dio aiutami tu. Mi affido alle tue mani, mi consegno a te; dammi tu la forza per vivere, per sperare, per guardare avanti senza sprofondare nel buio del dolore”.

Il mistero della sofferenza mantiene tutta la sua forza ma con la piccola fiaccola della fede nella risurrezione rimane un mistero che si può affrontare. La croce di Gesù di oltre duemila anni fa ci insegna che quando si lotta, si crede e si spera si accende sempre una piccola fiammella di risurrezione; la stessa che invochiamo per Francesco, per Gaetano e per quanti hanno perso la vita sul posto di lavoro.

Lo so che oggi parlare di Risurrezione e di vita eterna risulta difficile. Ma non dobbiamo esitare a mischiare le nostre lacrime con queste parole. Pronunciarle significa non solo credere che Francesco e Gaetano sono accolti nella gloria di Dio ma anche riconoscere che tutto il bene che hanno compiuto, il loro attaccamento al dovere, la loro voglia di vivere e la forza che hanno manifestato in tante occasioni della vita non finiscono qui e ora ma superano i limiti di queste bare, i limiti della tragedia di qualche giorno fa, i limiti del tempo e dello spazio ed entrano come piccolo seme nel terreno della nostra storia per portare frutto a suo tempo.

Questa speranza ci sostiene, questa fede vogliamo professare insieme; proprio come unica famiglia desideriamo stringerci alla famiglia di Francesco e a quella di Gaetano non solo oggi ma nei giorni a seguire, impegnandoci a pregare perché il Signore li sostenga in questo momento così tragico. Non stanchiamoci di pregare perché il buon Dio doni forza a quanti piangono per l’improvvisa scomparsa di Francesco e di Gaetano; a tutti noi profondamente scossi da questo grave incidente il Signore doni la capacità di alzare lo sguardo verso di Lui e di riprendere il difficile cammino della vita.

La Vergine addolorata ci prenda per mano oggi e sempre. Amen.