È morto il diacono Domenico Amato

È morto il diacono Domenico Amato

Il 2 ottobre 2017, a Palma di Montechiero ha concluso il suo pellegrinaggio terreno il diacono Domenico Amato. Le esequie, celebrate dal vicario generale mons. Melchiorre Vutera, sono state celebrate martedì 3 ottobre nella chiesa dell’Immacolata di Palma Di Montechiaro.

“Il nostro Diac. Domenico – ha detto il vicario nell’omelia – è passato da questo mondo al Padre all’ insegna di un cammino vocazionale intenso e fecondo, vissuto come via per l’incontro con il Signore Gesù, che lo ha chiamato a dare testimonianza del suo Amore nella famiglia, nella professione, nel servizio diaconale e nel silenzioso colloquio con Lui nella malattia. Accogliamo nella fede – ha proseguito – la Parola che abbiamo appena ascoltato perché arrivi al cuore di tutti un raggio luminoso che ravvivi e rinsaldi la nostra fede nella vita che non ha fine.

“Abiterò la casa di Dio”

Nella pagina della prima lettura (Is 25,6-9), tratta da quella che viene chiamata l’Apocalisse di Isaia, il profeta annuncia al popolo in terra d’esilio l’invito al banchetto della vita, nel giorno del Signore: “In quel giorno, il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto… eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto… Questi è il Signore in cui abbiamo sperato”.

Papa Benedetto XVI, nella lettera enciclica Spe salvi, “salvati nella speranza”, si pone questa domanda: “Vogliamo noi davvero vivere eternamente? Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo… Allora che cosa vogliamo veramente? Che cosa è la vita eterna?”.

“Credo la vita eterna” – ha proseguito mons. Vutera – confessiamo ogni volta che andiamo alla Messa nel “Giorno del Signore”. Vuol dire che, dopo la morte, non c’è il nulla, il vuoto, il silenzio freddo delle tombe. “Credo che c’è un futuro, e un futuro buono anche per chi ormai non ha più prospettive di futuro. È il futuro di Dio che non conosce declino. C’è Qualcuno di più forte della morte. E’ l’amore di questo Padre che ci vuole vicini a sé, nel suo Regno.

Solo Dio può assicurare un esito positivo alla storia. È la speranza che ha fatto pregare l’Autore del Salmo 22 (23): “Il Signore è il mio Pastore, in verdi pascoli mi fa posare… così abiterò la casa di Dio per tutti i giorni della mia vita”.

“È risorto il terzo giorno”

Anche l’apostolo Paolo, nella seconda lettura (1Cor 15,1-11), fa dell’annuncio del Risorto il motivo che lega il presente con il futuro: “A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, che fu sepolto, che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. E ultimo fra tutti apparve anche a me”.

Vuol dire che, al di là dei limiti, delle paure, al di là della morte stessa, c’è questo evento che illumina tutto: il Cristo Risorto. Un uomo come noi ha vinto la morte. Anche noi siamo chiamati, dopo la morte, a godere della bellezza e della libertà che appartengono a Dio. Anche per questo nostro corpo, dunque, c’è una salvezza. Con Gesù, il Figlio di Dio nato da Maria Vergine, morto e risorto, il corpo è entrato per sempre a far parte del Mistero di Dio. Maria Assunta in cielo è così la prima creatura che anticipa la sorte di coloro che anche nel corpo sono chiamati ad essere per sempre con il Signore Gesù.

“Seguimi”

È significativo che sacramento di questa sicura speranza di essere in cammino verso l’incontro, un giorno, con il Signore, per vivere sempre con Lui, sia l’Eucaristia che celebriamo. Paolo ne parla come di due capisaldi della tradizione evangelica di fede: Eucaristia e Risurrezione. E Giovanni, il discepolo amato, ne parla come del sacramento della vocazione apostolica nel passo evangelico proclamato (Gv 21,1-19), quando il Risorto, dalla sponda dell’eternità, invita i discepoli a passare da una pesca sterile ad una più copiosa, grazie alla sua Presenza.

“Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. E questo per tre volte, con evidente allusione al triplice rinnegamento, dopo che Pietro nel cenacolo aveva espresso il proposito di non abbandonare mai il Maestro: l’apostolo è così invitato a concentrare l’attenzione sulla presenza operante di Gesù, più che sulle sue pretese capacità umane. Anche la vita di Pietro, la roccia su cui fondare la Chiesa, nell’esercizio del suo ministero, non sarà risparmiata con il passare del tempo dalla comune legge della morteo. “In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: Seguimi!”.

Alla fine, questo brano ci fa vedere come dobbiamo essere disponibili a quello che vuole il Signore, forse a cose diverse da quelle che ci aspettiamo.

È questa libertà del Signore che ci tocca ad ogni età, circostanza e condizione di vita nel ministero: da giovani e da anziani, nella buona e nella cattiva salute, in posti di prestigio o meno. Importante è quel “SEGUIMI!”, che dall’inizio ha segnato il cammino della vocazione, di ogni vocazione nella Chiesa, in particolare quella del diacono.

Domenico è stato ordinato diacono dal Vescovo Mons. Carmelo Ferraro il 23 dicembre 1990, aggiungendosi al primo gruppo di diaconi agrigentini ordinati a partire dal 1981.

Era il gruppo dell’inizio del diaconato nella nostra chiesa agrigentina, inizio vissuto con la fede e la convinzione che la primavera della Chiesa annunciata dal Concilio trovava qui due passaggi obbligati del cammino: la riscoperta della sacramentalità dell’episcopato e del diaconato permanente, insieme a quella, già consolidata, del presbiterato: tre gradi dell’unico indivisibile ministero del Cristo “Signore e Servo”.

Il diacono Domenico Amato si applicò in modo continuo e competente alla riflessione teologica e pastorale sul diaconato, svolgendo il suo servizio, finchè la salute glie lo ha permesso, con amore e fedeltà

Abbiamo tanti motivi – ha concluso il vicario – per essere grati a Domenico, ma anche alle persone che nel contesto familiare, professionale, parrocchiale e diocesano hanno condiviso fatiche e gioie, frutti e attese di questa esperienza diaconale.

Pertanto il mio pensiero va a voi, cari diaconi, che con me celebrate questa Eucaristia in suffragio di Domenico, a voi, che siete “ordinati non per il sacerdozio ma per il servizio” (cfr. Lumen Gentium, 29), ma va anche a tutta la comunità qui riunita perché da tutti si possa comprendere l’importanza e il valore della vocazione al diaconato, di questo dono fatto dal Signore alla sua Chiesa”.

Chi è il diacono? Si è chiesto mons. Vutera.

La risposta: Il diacono è segno di Cristo Servo, che accoglie, incarna e testimonia a tutti che la forza e lo stile del servizio autentico vengono da Cristo. Il diacono, prima ancora per ciò che “è” e per ciò che “può fare” – ha proseguito – , rappresenta il richiamo alla centralità e alle modalità del servizio nella vita umana e cristiana. E’ il segno che “la carità non avrà mai fine” (1 Cor 13,8), che è la sostanza stessa della vita, e non passerà neppure nell’eternità.

Per chi è segno? Per i vescovi e presbiteri, dentro lo stesso sacramento dell’Ordine; per tutti i battezzati, nell’unica Chiesa; per tutti gli uomini, nell’unica società.

Il diacono e il presbitero sono come le due braccia del vescovo e ne rendono presente il ministero pastorale nelle comunità parrocchiali e territoriali.

Il presbitero rappresenta il vescovo presiedendo le comunità, che si radunano e si alimentano attorno all’eucaristia;

il diacono rappresenta il vescovo servendo le persone nelle loro necessità ed orientandole alle comunità.

Il diacono vivendo ed operando non solo “dentro le mura” della Chiesa (dove molti battezzati più non entrano), ma dentro tutte le pieghe della società, là dove gli uomini vivono, lavorano, soffrono, studiano, è segno e strumento di una Chiesa che non si limita ad attendere i fedeli alla soglia d’ingresso, ma si porta essa stessa – con l’efficacia del sacramento dell’Ordine – nel cuore del mondo: nelle case, nella fabbrica, nella scuola, nella famiglia, nell’ufficio, nel quartiere, negli ospedali.

Credo che questa sia stata – ha concluso il vicario generale – la testimonianza data a questa comunità di Palma Montechiaro dal Diacono Domenico, prima con il suo servizio e negli ultimi anni con la preghiera, la testimonianza silenziosa e l’offerta della sua sofferenza.

Grazie fratello Domenico per la tua testimonianza. Ti dico grazie a nome della nostra chiesa agrigentina, del nostro Arcivescovo, dei presbiteri e dei confratelli diaconi, dei fedeli tutti che hai amato e servito con dedizione. Grazie ai tuoi cari che hanno condiviso con te il dono della chiamata e del servizio.

Il Signore ti conceda il premio dei giusti e ti ammetta alla liturgia del cielo. Risposa in pace”.

Carmelo Petrone