Defunti, Card. Montenegro:” Il morire dipende da come viviamo”

La S.Messa davanti il Sacrario del cimitero di Bonamorone (foto M. Lo Pilato)

Il 2 Novembre è il giorno che la Chiesa dedica alla Commemorazione dei defunti, che dal popolo viene chiamato semplicemente anche “Festa dei morti”. L’ arcivescovo  di Agrigento, card. Francesco Montenegro, ha celebrato la S.Messa , in mattinata – come da tradizione –  davanti il Sacrario del cimitero comunale di Bonamorone. “ È difficile – ha detto don Franco durante l’omelia – parlare di morte vivendo in una cultura dominata e ossessionata dal concetto di ‘qualità della vita’, dove ciò che attiene alla morte è da evitare e rimuovere. Eppure, la morte – ha proseguito – non è un incidente che potrebbe non accadere, ma è il momento decisivo di ogni vita. Non si può non pensare alla morte; tentare di farlo è barare… ci piaccia o no, la incontriamo, anzi ci scontriamo con essa, nei tempi e nei modi più imprevisti… Come credenti – ha ricordato ai fedeli presenti alla Messa –  sappiamo che la morte è legata all’amore di Dio. Essa non è solo una porta che si apre sulla vita ma, grazie alla Pasqua, sulla vita trasfigurata”. E citando il libro della Sapienza ha detto: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli ha creato tutto per l’esistenza» (Sap 1,13-14). E Gesù (nell’episodio della risurrezione di Lazzaro ndr) ha detto: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno. Credi tu questo?». Sono parole che rivelano che la morte, l’ultima impresa dell’uomo, ha perso i suoi caratteri peggiori… E’ vero – ha affermato don Franco – non sono pensieri facili da mandare giù, ma non possiamo giocare a nascondino con la morte. Eppure, cerchiamo di farlo. La prova? Ci siamo organizzati – ha detto – in maniera tale che, per non rovinare lo spettacolo della vita, cerchiamo di far uscire chi muore in punta di piedi dalla scena del mondo. Una volta – ha proseguito –  era la casa il luogo che raccoglieva gli ultimi momenti, invece, oggi, le case sono diventate inospitali nei confronti dei morenti…Si muore negli ospedali, in camere anonime… Nel passato – ha continuato – la morte di una persona cara faceva compiere una serie di gesti attorno al defunto: gli si stava accanto per vegliare il trapasso, i morenti si congedavano benedicendo i familiari, c’era la preghiera, la vestizione del corpo… Gesti che esprimevano l’affetto e che segnavano il congedo dalla persona cara. Oggi, questa «ritualità» domestica non esiste quasi più…  La morte così viene rimossa… Il morire – ha detto –  dipende da come viviamo, potrebbe essere un fallimento se lo è stato la vita, o il dono finale… Un grande atto di fede – ha affermato –  è credere che gli anni della nostra esistenza sono come un piccolo seme piantato nella terra. Perché questo seme diventi frutto per gli altri, deve morire. Quanto sarebbe diversa la nostra vita se capissimo che essa diventa grande donandola! Se credessimo – ha proseguito –  che ogni gesto d’amore, ogni parola di perdono, ogni piccolo scampolo di gioia e di pace si moltiplicheranno in quelle persone a cui l’abbiamo donato… La vita eterna – ha ricordato  –  non arriva imprevista alla fine della nostra vita terrena; è la continuazione di quello che siamo stati e abbiamo vissuto. Vista così la morte non è una sconfitta. Perchè è l’ultimo sì che si dice ed è il grande ritorno al luogo dove si diventa più pienamente figli di Dio”. Prima di concludere l’omelia l’Arcivescovo  ha posto unadomanda: “Come Gesù ha vissuto la morte? Gesù – ha detto –  è andato consapevolmente verso Gerusalemme, luogo in cui troverà la Croce… è rimasto solo: non c’erano nè gli apostoli, né le folle che l’avevano osannato… Ha provato anche l’abbandono del Padre: ha gridato: «Dio mio, perché mi hai abbandonato», ma in fondo al cuore sapeva che Dio non lo lasciava solo; per questo ha detto: «Signore, nelle tue mani affido il mio spirito». Gesù ha vissuto la morte con la fiducia nel cuore: sapeva che il Padre era accanto e accettava il sacrificio che stava compiendo. La morte è stato il suo ultimo dono: «Signore, nelle tue mani affido il mio spirito». Non l’ha subita, ma l’ha abbracciata con piena consapevolezza e l’ha offerta… Il modo con cui Gesù ha vissuto la morte – ha detto l’Arcivescovo ai presenti –  diventi per noi un modello da imitare…Egli, che ha vissuto tale momento in tutta la sua drammaticità, non esclusa la paura, sarà per noi colui che ci condurrà per mano nel passaggio e ci porterà a vivere per sempre nell’amore del Padre. Pensiamolo, prepariamoci e la morte sarà un addormentarci tra le sue braccia!”

L’omaggio floreale ai defunti delle autorità civili e militari presso l’ossario (foto M. Lo Pilato)

Al termine della Celebrazione Eucaristica, L’Arcivescovo e le autorità civili e militari  hanno reso l’omaggio floreale a tutti i defunti, presso l’ossario del Cimitero (foto a destra).